sabato 21 ottobre 2017

Battaglia di Dōmyōji

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La battaglia di Dōmyōji fu combattuta il 3 giugno 1615 tra l'armata orientale di Tokugawa Ieyasu e l'armata di Osaka di Toyotomi Hideyori. Il villaggio di Dōmyōji si trova nella zona est dell'odierna Fujiidera, nella prefettura di Osaka, ed è famoso per i suoi diversi tumuli (古墳 kofun) dedicati ad antichi imperatori. La battaglia, che si svolse proprio attorno a questi tumuli, fu una delle più importanti tra quelle combattute tra samurai e una delle più decisive della campagna d'estate dell'assedio al castello di Osaka, che avrebbe portato al trionfo delle forze di Tokugawa e alla morte di Toyotomi Hideyori.
Un distaccamento dell'avanguardia dei difensori del castello formato da 2800 samurai fu affidato a Gotō Mototsugu, con il compito di proteggere la zona a sud-est della città dall'arrivo di una grande armata dello shogunato proveniente dalla provincia di Yamato. Il lato orientale di Osaka è protetto dalla barriera naturale rappresentata dai monti Ikoma. Gotō aveva il compito di presidiare il monte Komatsuyama, un'altura dell'odierna Kashiwara molto vicina al valico più importante dei monti Ikoma. Nel valico scorre il fiume Yamato, che prosegue verso ovest in prossimità delle falde settentrionali del monte Komatsuyama, dall'alto del quale Gotō Mototsugu avrebbe potuto controllare il valico ed ostacolare l'eventuale ingresso dei nemici nella piana di Osaka.

Scontro sull'altura di Komatsuyama

Il 3 giugno Gotō Mototsugu e le sue forze si trovavano a Dōmyōji, nelle immediate vicinanze del monte e sulla riva ovest del fiume Ishikawa, che affluisce nel fiume Yamato qualche centinaio di metri più a nord. Per prendere posizione sul Komatsuyama guadarono l'Ishikawa, e furono informati dagli esploratori che l'armata orientale aveva attraversato il passo e si stava avvicinando alle pendici meridionali del Komatsuyama. Alle quattro di mattina Gotō Mototsugu ed i suoi samurai si precipitarono sul monte per respingere le forze di Tokugawa. Un'ora dopo furono respinti da un violento attacco del nemico.
Mentre Gotō Mototsugu era in attesa dei rinforzi, che erano frenati dalla fitta nebbia, alle dieci di mattina fu ferito da un colpo d'arma da fuoco e fece suicidio rituale. Con la sua morte, i suoi samurai persero il controllo del Komatsuyama; furono attaccati mentre discendevano il monte e dispersi.

Battaglia a Dōmyōji

Quando la nebbia si diradò, l'esercito proveniente da Osaka arrivò sulle rive dell'Ishikawa e fu avvistato dalle forze dello shogunato, che lanciarono l'attacco guadando il fiume. L'armata di Toyotomi indietreggiò risalendo il dolce pendio di Domyoji, il suo lato sinistro era comandato da Susukida Kanesuke e quello destro da Sanada Yukimura. Lo scontro ebbe inizio verso mezzogiorno e nella zona vicino all'antico sepolcro dell'imperatore Ingyō si difesero strenuamente i samurai agli ordini di Susukida Kanesuke. Questi era da qualche tempo caduto in disgrazia ma morì in battaglia combattendo valorosamente, riguadagnando l'onore che aveva perduto.
Il lato destro delle forze di Osaka fronteggiò i reparti dell'armata orientale guidati da Date Masamune nell'area del kofun dedicato all'imperatore Ōjin e del santuario di Konda Hachimangu. Il combattimento si protrasse fino alle cinque del pomeriggio, quando Sanada Yukimura ordinò la ritirata, dopo che aveva perso i due potenti comandanti. Riuscì a mantenere compatte le truppe che tornarono a Osaka. Tokugawa Tadateru, il sesto figlio di Tokugawa Ieyasu, ebbe l'ordine di inseguire le forze di Sanada ma si rifiutò. Questo rifiuto fu in seguito la causa del suo esilio sul monte Kōya.


venerdì 20 ottobre 2017

Kabuto

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Il Kabutoかぶと (, ) è l'elmo dello yoroi, l'armatura medievale giapponese tipica dei samurai. Realizzato in lamine di cuoio/ferro connesse da rivetti e lacci, era chiuso sul volto da una maschera, il mempo.
Spesso sugli elmi veniva portato un emblema, il Mon o il Komon, che era un vero e proprio marchio registrato con tanto di permesso governativo, che distingueva le varie famiglie.

Costruzione

Molti elmi, ad esempio i Kawari Kabuto hanno forme fantasiose che spesso sono ispirati da oggetti sacri o elementi della natura (tra cui draghi, animali, frutti); questi ornamenti erano in voga dal periodo Momoyama al periodo Edo.

Tipologie

Esistono molti tipi di Kabuto:
  • Eboshi kabuto
  • Gomai kabuto: usato tra il XI ed il XIII sec.
  • Hoshi kabuto: usato tra il X ed il XIX sec.Ô boshi Variante (con ampio coppo) dello Hoshi kabuto in uso dal XIII al XV sec.
  • Kawari kabuto
  • Kimen kabuto
  • Momonari kabuto: in uso dal XVI sec.
  • Sanmai kabuto
  • Sujibachi kabuto: in uso dal XVI sec.
Il kabuto inoltre lo possiamo trovare[in carta] il 5 maggio, festa nazionale dedicata ai bambini [こどものひ] e rappresenta buon auscpicio ai bambini di crescere sani e forti come guerrieri

giovedì 19 ottobre 2017

Cha no yu


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Il Cha no yu (茶の湯, "acqua calda per il tè"), conosciuto in Occidente anche come Cerimonia del tè, è un rito sociale e spirituale praticato in Giappone, indicato anche come Chadō o Sadō, (茶道, "via del tè").
È una delle arti tradizionali zen più note. Codificata in maniera definitiva alla fine del XVI secolo dal monaco buddhista zen Sen no Rikyū (千利休, 1522-1591), maestro del tè di Oda Nobunaga (織田信長, 1534-1582) e successivamente di Toyotomi Hideyoshi (豊臣秀吉, 1536-1598). Il cha no yu di Sen no Rikyū riprende la tradizione fondata dai monaci zen Murata Shukō (村田珠光, 1423-1502) e Takeno Jōō (武野紹鴎, 1502-1555). La cerimonia si basa sulla concezione del wabi-cha (侘茶). Questa cerimonia e pratica spirituale può essere svolta secondo stili diversi e in forme diverse.
A seconda delle stagioni cambia inoltre la collocazione del bollitore (kama): in autunno e inverno è posto in una buca di forma quadrata (, ro, fornace), ricavata in uno dei tatami () che formano il pavimento, mentre in primavera ed estate è in un braciere (furo, 風爐) appoggiato sul tatami. La forma più complessa e lunga (茶事, chaji) consiste in un pasto in stile kaiseki (懐石), nel servizio di tè denso (濃茶, koicha) e in quello di tè leggero (薄茶, usucha). In tutti i casi si usa in varie quantità il matcha (抹茶), tè verde polverizzato, che viene mescolato all'acqua calda con l'apposito frullino di bambù (茶筅, chasen). Quindi la bevanda che ne risulta non è un'infusione, bensì una sospensione: questo significa che la polvere di tè viene consumata insieme all'acqua. Per questo motivo e per il fatto che il matcha viene prodotto utilizzando germogli terminali della pianta, la bevanda ha un effetto notevolmente eccitante. Infatti veniva e viene ancora utilizzata dai monaci zen per rimanere svegli durante le pratiche meditative (zazen, 坐禅). Il tè leggero usucha, a seguito dello sbattimento dell'acqua col frullino durante la preparazione, si ricopre di una sottile schiuma di una tonalità particolarmente piacevole e che si intona con i colori della tazza.

«Il cuore della cerimonia del tè consiste nel preparare una deliziosa tazza di tè; disporre il carbone in modo che riscaldi l'acqua; sistemare i fiori come fossero nel giardino; in estate proporre il freddo; in inverno il caldo; fare tutto prima del tempo; preparare per la pioggia e dare a coloro con cui ti trovi ogni considerazione.»
(Sen no Rikyū)
L'origine di una cerimonia formale che accompagnasse e regolasse il consumo del tè è sicuramente cinese. Anche questo evento, come la stessa scoperta del tè, è tuttavia di difficile datazione. Si può però presumere che l'esigenza della formazione di un cerimoniale sia correlata alla notevole diffusione di questa bevanda nelle classi aristocratiche durante la dinastia Song (960-1279), anche se il Canone del tè, il Chájīng (茶経, nel sistema pinyin), redatto da Lù Yǔ (陸羽, 733-804), è databile intorno al 758.
Sempre al periodo della dinastia Song si può far risalire la diffusione nei monasteri del buddhismo chán (禅宗, chán zong) dell'uso collettivo di bere da una singola tazza del tè di fronte a una statua di Bodhidharma (菩提達磨, 483-540). La bevanda del tè, contenendo infatti una buona dose di caffeina, era un valido sostegno alle estenuanti pratiche meditative dello zuòchán (坐禅), proprie delle scuole del buddhismo chán.
Una leggenda, nata in ambito chán, attribuisce allo stesso leggendario fondatore di questa scuola, Bodhidharma, la "generazione" della pianta del tè: questi, addormentatosi incautamente durante lo zuòchán, al momento del risveglio si strappò le palpebre per impedire nuovamente l'assopimento e le gettò via. Da queste nacquero le prime piante del tè. È comunque comprensibile che in un ambito fortemente normativo della vita quotidiana, come quello dei monasteri chán, dove ogni momento della quotidianità veniva formalizzato ai fini dell'esercizio della presenza mentale, anche il consumo di tè seguisse delle precise regole di condotta.
In Giappone la pianta del tè, nel suo utilizzo matcha, fu importata dal monaco tendai Eisai (栄西, 1141-1215) che, nel 1191, riportò da un suo pellegrinaggio in Cina sia gli insegnamenti chán Línjì (臨済, in giapponese Rinzai) del ramo Huánglóng (黃龍, in giapponese Ōryū), sia alcune piante di tè. Così nel 1282 si tenne nel tempio Saidai-ji (西大寺) di Nara il primo Ōchamori (大茶盛), in cui venivano evidenziati gli aspetti spirituali della Cerimonia del tè.
Tuttavia la pratica mondana del Tōcha (闘茶), passatempo aristocratico fondato su sfarzose gare in cui i partecipanti dovevano indovinare il luogo di origine delle foglie di tè che consumavano, prevalse presto in Giappone sull'Ochamori e la decadenza spirituale della pratica del tè legata ai principi chán e zen seguì tutto il XIV e XV secolo.
Fu il monaco zen rinzai Murata Shukō (村田珠光, 1423-1502) a elaborare, sotto la guida del maestro Ikkyū Sōjun (一休宗純, 1394-1481) il cerimoniale del chadō. Ikkyū Sōjun rivestiva in quegli anni il ruolo di abate dell'importantissimo monastero zen rinzai, il Daitoku-ji (大徳寺) di Kyōto.
Il chadō di Murata Shukō e Ikkyū Sōjun si fondava sul principio di "leggere il Dharma del Buddha anche nella bevanda del tè", eliminando ogni ostentazione di ricchezza tipica della cerimonia del tōcha e riportando la cerimonia del tè in un ambito di semplicità e sobrietà.
Nel 1489 l'ottavo shōgun del clan Ashikaga, Yoshimasa (足利義政, 1435-1490), dopo essersi ritirato dall'incarico di governo, si trasferì in una villa-tempio fatta da lui costruire nel 1473 a nord-est di Kyōto, residenza denominata Jishō-ji (慈照寺) e conosciuta anche come Ginkaku-ji (銀閣寺, "Padiglione d'argento"). Yoshimasa trascorse in questa villa il resto dei suoi giorni, promuovendo incontri di poesia e di arti tradizionali. Venuto a conoscenza del cha no yu elaborato da Murata Shukō, lo invitò a mostrargli le nuove regole cerimoniali.
Affascinato dalla nuova arte tradizionale zen, Yoshimasa divenne subito un attivo promotore della Cerimonia del tè. Per questa ragione il Ginkaku-ji è considerato, tradizionalmente, il luogo di nascita del cha no yu. Murata Shukō fu anche il primo ad accentuare l'impronta di semplicità di questa cerimonia, a cominciare dall'oggettistica, che riprende forme della stessa cultura contadina. Fu lui a ideare il chashaku (茶杓) in bambù e a ridurre la stanza del tè a quattro stuoie (tatami) e mezza, in modo da diminuire gli utensili. Fu sempre Murata Shukō a esporre dei rotoli che riportavano disegni o scritture (kakemono, 掛物) dei maestri zen all'interno della stanza e a privilegiare gli oggetti carichi di tempo rispetto a quelli di nuova fattura (concezione dello hiesabi, ひえさび).
Con la morte di Murata Shukō, avvenuta nel 1502, la pratica del chadō ebbe un arresto di alcuni decenni, determinato anche dalle feroci guerre civili. Occorre aspettare un altro monaco zen, Takeno Jōō (武野紹鴎, 1502-1555), allievo dei discepoli di Murata Shukō, Sochin e Sogo, perché lo sviluppo della cosiddetta "via del tè" riprendesse. Takeno Jōō gettò le basi della concezione wabi-cha (侘茶), studiando con Sochin e Sogo sia la poesia waka (和歌) sia la "via dell'incenso" (in giapponese 香道, Kōdō). Modificò il cha no yu eliminando gli scaffali per gli utensili e disponendo questi ultimi direttamente sui tatami e utilizzando solo legno grezzo per il tokonoma (床の間). Takeno Jōō ideò anche l'usanza di porre il ro (il focolare sopra il quale veniva poggiato il bollitore per l'acqua per il tè) direttamente nella stanza della cerimonia, ereditando questa usanza dalla cultura contadina.
Terzo grande maestro del tè fu un altro monaco zen, Sen no Rikyū (千利休, 1522-1591), che iniziò lo studio del cha no yu a diciassette anni con il maestro Kitamuki Dochin (北向道陳, 1504-1562), divenendo due anni dopo diretto discepolo di Takeno Jōō, a cui rimase vicino per i successivi quindici anni. Dal 1578 al 1582, Sen no Rikyū ricoprì l'incarico di funzionario dello shōgun (将軍) Oda Nobunaga e, dopo la morte, probabilmente per seppuku (rituale del suicidio), di questo shōgun, ricoprì lo stesso incarico per il suo successore, Toyotomi Hideyoshi.
Tra il nuovo shōgun e il maestro del tè nacque subito un rapporto di rispetto reciproco, che consentì la diffusione di questa pratica nell'ambiente dei samurai e persino presso la corte imperiale, dove nel 1585 il monaco Sōeki (宗易) (questo era il nome religioso di Sen no Rikyū, il suo precedente nome laico era Yoshirō) ottenne la possibilità di organizzare un incontro del tè. Nel 1587, sempre con l'aiuto di Toyotomi Hideyoshi, Sen no Rikyū organizzò un'importante riunione sulla Cerimonia del tè presso il Kitano Tenman-gū (北野天満宮, un tempio shintoista a Kamigyō-ku nei pressi di Kyōto), invitando centinaia di persone di ogni estrazione sociale e consentendo ai meno abbienti l'utilizzo del più economico riso tostato al posto del tè. Il grande ricevimento del 1587 fu uno degli ultimi episodi dell'amicizia tra lo shogun Hideyoshi e il maestro del tè. Da quel momento l'amicizia si incrinò e tuttora non si conoscono i veri motivi del dissapore tra i due, che si conclusero nel 1591 nel drammatico ordine dello shōgun Hideyoshi a Sen no Rikyū di compiere lo seppuku (切腹).
Tra le ragioni che all'epoca furono adombrate vi erano l'accusa, rivolta a Sen no Rikyū, di aver posto nel tempio Daitoku-ji una propria statua all'ingresso di modo che persino lo shōgun vi dovesse passare sotto. Un'altra accusa riguardava il fatto di essersi arricchito con la compravendita di oggetti per la Cerimonia del tè. Ambedue le accuse si mostrarono presto infondate e di certo lo stesso Hideyoshi ebbe motivo di ricredersi se, a distanza di due anni dal tragico evento, decise di riabilitare con tutti gli onori la famiglia di Sen no Rikyū. Toyotomi Hideyoshi nominò erede del maestro del tè da lui costretto al suicidio proprio Furuta Oribe (古田織部, o Furuta Shigenari, 古田重然, 1545-1615), l'unico degli allievi di Sen no Rikyū a rendergli pubblicamente omaggio nel momento della sua maggiore disgrazia. Lo stesso Oribe fu poi costretto al seppuku nel 1615 da un altro shōgun, Tokugawa Ieyasu (徳川 家康, 1542-1616).
Erede di Oribe fu Kobori Enshu (小堀遠州, anche Kobori Masakazu, 小堀政一, 1579-1647), che diffuse il cha no yu presso l'aristocrazia giapponese, fondando il lignaggio della scuola di cha no yu (denominata Oribe-ryū, 織部流).
L'eredità della casa di Sen no Rikyū fu assegnata invece a suo genero, Shōan Sōjun (少庵宗淳, 1546-1614), a cui seguì il figlio Genpaku Sōtan (元伯宗旦, 1578-1658). Fu Genpaku Sōtan a rivalutare l'ideale wabi della Cerimonia del tè e il suo stretto legame con lo zen del tempio Daitoku-ji, fondando le basi del cha no yu insegnato dalla famiglia Sen.
Genpaku Sōtan divise nel suo testamento i beni immobili fra tre dei suoi quattro figli, essendo il primogenito Sosetsu deceduto nel 1652. Il gruppo delle case principali della famiglia Sen fu diviso tra il terzogenito Koshin Sōsa (江岑 宗左, 1613-1672), che ebbe la parte anteriore (Fushin-an, 不審庵) e il quartogenito Sensō Soshitsu (仙叟宗室, 1622-1697) che ebbe la parte posteriore (Konnichini-an, 今日庵). Al secondogenito, Ichiō Sōshu (一翁宗守, 1593-1675), che si era allontanato dalla famiglia per un certo periodo di tempo, fu assegnata una abitazione situata su una strada vicina, Mushanokoji, denominata Kankyu-an (官休庵). Da ciascuno di questi figli di Genpaku Sōtan ebbe origine una differente scuola di cha no yu, che si affianca a quella che ha origine da Furuta Oribe (Oribe Ryū): da Koshin Sōsa ha origine la scuola Omotesenke (表千家), da Sensō Soshitsu ha origine la scuola Urasenke (裏千家) e da Ichiō Sōshu, la Mushanokōjisenke (武者小路千家). Tutte e tre le scuole sono a tutt'oggi esistenti.

La stanza del tè e la cerimonia

La Cerimonia del tè è qualcosa che va molto al di là della semplice preparazione di una bevanda. È forse l'espressione più pura dell'estetica zen, tanto che un adagio giapponese dice: cha zen ichimi (茶禅一味), cioè "tè e zen un unico sapore. Entrando nella stanza da una porticina bassa (nijiriguchi, 躙口) che costringe a piegarsi in segno di umiltà, l'ospite entra in uno spazio piccolo, a volte minimo, dove equilibrio e distacco dal mondo sono procurati da gesti che richiamano costantemente la presenza mentale in un ambito di naturalezza e spontaneità, in una sequenza di interazioni codificate e circondata da oggetti semplici ma di grande forza espressiva.
La stanza, detta chashitsu (茶室), può essere anche di pochi tatami, le finestre sono schermate e la luce filtra sommessa conferendo un alone di particolare fascino a ogni elemento. Da un lato c'è il tokonoma, una piccola nicchia in cui è appeso uno scritto eseguito da un calligrafo esperto di shodō e una piccola composizione simile all'ikebana (生花) particolarmente adattata alla circostanza e con grande coerenza con la stagione in corso, detta chabana (茶花), cioè "fiori per il tè". Il tokonoma ha da un lato un pilastro, detto toko-bashira (床柱), formato da un palo di legno appena sgrossato, a cui di solito è appeso il chabana costituito da un piccolo vaso e spesso un unico fiore, in modo che tutta l'attenzione sia attratta dalla sua bellezza.
Il particolare significato che viene attribuito al cha no yu si percepisce anche dal fatto che per indicare l'atto del preparare il tè si usa il verbo tateru, che solitamente ha il significato di "celebrare" e non il più normale suru (為る), cioè "fare" o "eseguire". Dopo che gli invitati si sono accomodati, in ordine rigorosamente precostituito, con la persona più importante (shōkyaku, 正客) o particolarmente prediletta posta al primo posto, si apre la porta scorrevole (shōji 障子) e appare il teishu (亭主, "chi prepara il tè") inginocchiato in posizione seiza (正座), cioè con le punte dei piedi rivolte verso l'esterno.
Nella forma più semplice della cerimonia (usucha) essa prosegue con il posizionamento dei vari utensili e con la preparazione del tè nella tazza (chawan, (茶碗). Ogni commensale (cominciando da quello principale) viene invitato a consumare il dolce con la formula rituale: «okashi o dōzo» (in italiano "servitevi del dolce, prego").
Successivamente gli viene posta dinanzi la chawan. Il primo invitato si scusa col vicino e gli chiede il permesso di servirsi per primo: «osakini», prende la tazza la fa ruotare per esporre lo shōmen (正面, cioè la parte di finitura che fa da riferimento) in direzione del teishu, dopodiché beve con brevi sorsi esprimendo il suo gradimento. Poi pulisce il bordo della tazza e la posa dinanzi a sé. La tazza viene ripresa dal teishu e lavata. La cerimonia procede con gli altri ospiti, finché al termine, quando tutti hanno bevuto il tè, il primo ospite (shōkyaku) pronuncia la frase di rito: «onatsume to ochashaku no haiken o», cioè chiede il permesso di esaminare gli utensili: il contenitore del tè (natsume) e il cucchiaino di bambù (chashaku). Il permesso viene accordato e a turno gli ospiti prendono gli utensili e li osservano attentamente. Per ultima viene osservata la tazza, rigirandola tra le mani e chiedendo informazioni sul maestro che l'ha creata, l'epoca e lo stile. All'ospite poi può venir richiesto se intenda dare un nome poetico (mei) al chashaku e lui a questo punto può citare una poesia o un verso o semplicemente fare un riferimento alla stagione in corso. Molto indicati sono i kigo (季語), cioè i riferimenti stagionali contenuti nell'ultimo verso di un haiku, quindi frasi come aki no kure ("sera d'autunno") oppure momono hana ("fiori di pesco") e così via.
La cerimonia si conclude col teishu che ritorna alla posizione iniziale, si inchina profondamente all'unisono con gli ospiti e richiude la porta scorrevole. Quella descritta è la cerimonia più semplice, cioè il servizio di usucha (tè leggero), ma ve ne sono di assai più lunghe e complesse, come quella del servizio di koicha (tè denso), che richiede anche utensili diversi (chaire e kobukusa). Le varie procedure di preparazione e svolgimento sono dette temae (手前 secondo la scuola Urasenke; 点前 secondo la scuola Omotesenke).

La dimora del vuoto

Chawan, (茶碗) la tazza al cui interno è stato posto il chakin, (茶巾) la piccola pezza bianca di lino utilizzata per asciugare la tazza dopo averla lavata e sopra questa vi è il chasen (茶筅), il frullino in bambù per mescolare il tè in polvere con l'acqua bollente e, sul bordo destro della tazza vi è il chashaku (茶杓), il cucchiano in bambù per raccogliere il tè in polvere dal suo contenitore, il chaki (茶器)
La stanza del tè è il luogo fisico dove si svolge la cerimonia, ma è anche luogo "spirituale". In essa sono stati trasfusi gli ideali dell'estetica zen. Ai concetti precedenti di yūgen (幽玄) e di sabi (), Sen no Rikyū evidenziò quello di wabi (). Se lo yūgen era l'incanto sottile, collegato al mistero e alla eleganza, impossibile da trasmettere con le parole, caro agli autori del nō (soprattutto Zeami, 世阿弥 1363-1443) e il sabi, la patina sottile del tempo che rende gli oggetti affascinanti e ispiratori di tranquillità e armonia, il wabi di Sen no Rikyū introdusse qualcosa di eversivo: la povertà ricercata e il rifiuto assoluto dell'ostentazione. Sen no Rikyū amava lo stile semplice, cioè vedeva la stanza del tè come dimora della creatività priva di attaccamenti quindi una dimora del vuoto. Spogliata da ogni possibile orpello, con pareti grezze e praticamente priva di alcun contenuto che non fosse il vissuto libero dagli attaccamenti della vita "mondana". I personaggi che si muovono in essa sono usciti temporaneamente dal mondo e dai suoi affanni per contemplare brevemente il vuoto. Il vissuto di mu-shin (無心), cioè "non-mente", quindi l'abbandonare il pensiero ruminante e giudicante per giungere a un approccio spontaneo e totalizzante con gli oggetti e le persone è rappresentato perfettamente dallo spazio racchiuso nella stanza del tè. Al vuoto materiale deve corrispondere il vuoto "mentale", inteso come vissuto di consapevolezza privo di preoccupazioni e attaccamenti mondani. Fin dall'inizio della sua istituzione nella stanza della Cerimonia del tè tutti dovevano entrare disarmati e tutti erano uguali, tutti si dovevano inginocchiare e tutti dovevano "subire" le stesse regole. È chiaro quale fosse il potere destabilizzante di questa pratica e così Sen no Rikyū fu costretto al seppuku in quanto un potere che viveva, come sempre, di ostentazione e di forme vane, si sentiva minacciato dalla forza silenziosa del maestro.

I quattro principi costitutivi della Cerimonia del tè secondo Sen no Rikyū

Il monaco buddhista zen Sen no Rikyū è universalmente considerato il codificatore ultimo della Cerimonia del tè, dopo i grandi maestri Murata Shukō e Takeno Jōō. La Cerimonia del tè di Sen no Rikyū si fonda su quattro principi basilari a cui fanno riferimento tutti i lignaggi scolastici che proseguono gli insegnamenti di questo maestro del tè.
  • Armonia (, wa). Questa dimensione comprende la relazione ospite-invitato, gli oggetti scelti e il cibo servito. Queste relazioni devono riflettere il ritmo impermanente delle cose e della vita. L'effimero compreso in tutte le cose viene confermato infatti dal loro mutamento costante, ma essendo l'effimero l'impermanente, l'unica realtà in cui ci muoviamo esso assurge a realtà ultima. Ospite e invitato sono in realtà intercambiabili, in quanto agiscono coerentemente in questa dimensione di consapevolezza. Prima di offrire il tè l'ospite porge dei dolci all'invitato, a volte un pasto leggero. Tutto deve essere all'insegna della stagione in corso e al ritmo naturale della cose. Il principio dell'armonia significa dunque essere affrancati da ogni pretesa e da ogni estremismo, incamminati lungo la moderazione e la "via di mezzo" propria degli antichi insegnamenti buddhisti.
  • Rispetto (, kei). È il riconoscimento in ogni persona, ma anche nei più semplici oggetti, della presenza di una innata dignità. Coltivare questo vissuto nella Cerimonia del tè e nella vita permette di comprendere la comunione dell'essenza di tutto ciò che ci circonda.
  • Purezza (, sei). Va immediatamente precisato che in ambito zen questo non significa discriminare tra ciò che è "puro" e quello che è ritenuto "impuro", essendo il puro e l'impuro partecipanti insieme alla realtà ultima. Spazzare la stanza del tè significa occuparsi di disporre un mondo che accolga anche il "bello" e che consenta a ciò che è "bello" di esprimersi. Questa occupazione è anche una metafora nei confronti della nostra mente e dei nostri vissuti che vanno quotidianamente "spazzati" dai vincoli mondani e dalle loro preoccupazioni, per consentirsi esperienze altrimenti non esperibili. Mentre pulisce la stanza del tè, l'ospite riordina anche se stesso.
  • Tranquillità (, jaku). Sōshistsu Sen (千宗室), XV iemoto (家元) del lignaggio Urasenke (裏千家), così esprime questo principio: «Seduto lontano dal mondo, all'unisono con i ritmi della natura, liberato dai vincoli del mondo materiale e dalle comodità corporali, purificato e sensibile all'essenza sacra di tutto ciò che lo circonda, colui che prepara e beve il tè in contemplazione si avvicina a uno stadio di sublime serenità». L'incontro con l'altro nella Cerimonia del tè amplifica questa dimensione, come ricorda sempre il XV iemoto dell'Urasenke: «Trovare una serenità duratura in noi stessi in compagnia d'altri: questo è il paradosso».

Utensili e ambientazione

  • Chaire (茶入): recipiente per il tè da usare per il koicha.
  • Chaki (茶器): recipiente per il tè. Si suddivide in due tipi: chaire e natsume.
  • Chakin (茶巾): salvietta in lino per asciugare la tazza dopo averla lavata con acqua.
  • Chasen (茶筅): frullino di bambù, atto a mescolare il tè in polvere (matcha, 抹茶) con l'acqua bollente.
  • Chashaku (茶杓): cucchiaino di bambù, utilizzato per prendere il tè dal chaki e metterlo nella tazza (chawan).
  • Chashitsu (茶室): stanza del tè.
  • Chawan (茶碗): la tazza dove si beve il tè nella Cerimonia del tè.
  • Fukusa (袱紗): fazzoletto di seta utilizzato per pulire il chashaku e il chaki.
  • Fukusa-basami (袱紗ばさみ, anche 帛紗ばさみ): astuccio in cui ogni ospite ripone il necessario (kaishi e kashi-yōji).
  • Furo (風炉): braciere appoggiato sul tatami, in uso da maggio a ottobre.
  • Futaoki (蓋置): appoggio per lo hishaku.
  • Gotoku (五徳): treppiede di ferro su cui poggia il kama all'interno del ro.
  • Hashi (): bacchette di legno utilizzate dall'invitato per servirsi il cibo o i dolci.
  • Hibashi (火箸): grandi bacchette in metallo utilizzate per disporre i carboni nel braciere (furo o ro).
  • Higashibon (干菓子盆): vassoio per dolci secchi (higashi, 干菓子) utilizzati nella cerimonia usucha.
  • Hishaku (柄杓): mestolo di bambù utilizzato per prendere l'acqua bollente o fredda.
  • Kaishi (懐紙): fogli di carta utilizzati dall'invitato come tovaglioli.
  • Kashi-yōji (かしようじ): piccolo coltello di metallo per tagliare i dolci.
  • Kama (): bollitore per l'acqua.
  • Kensui (建水): recipiente per l'acqua di lavaggio.
  • Kobukusa (古帛紗): piccolo fazzoletto su cui appoggiare la chawan.
  • Koita (小板): tavoletta di legno posta alla base del furo.
  • Kuromoji (黒文字): piccolo bastoncino di legno, a punta, con cui l'invitato si serve per prendere i dolci.
  • Mizusashi (水差): recipiente per l'acqua fredda.
  • Natsume (): recipiente laccato per il tè da usare per la cerimonia usucha.
  • Ro (): buca quadrata in cui si pone la kama, in uso da novembre ad aprile.
  • Sensu (扇子): ventaglio che viene usato per lo più come segna posto.
  • Shifuku (仕覆): sacchetto di broccato entro cui si ripone il chaire.
  • Shōmen (正面): punto grafico o segno della parte esterna della chawan che fa da riferimento per orientarla.
  • Tatami (): stuoie che compongono il pavimento della chashitsu.



Frasario

Elenco di brevi frasi in giapponese da utilizzare durante il cha no yu
Romanizzazione
Italiano
Uso
Arigatō gozaimasu
Grazie infinite

Chōdai itashimasu
Lo accetto umilmente
Prima di prendere il tè e nel caso di accettazione di un dono
Dozō
Prego

Gomen kudasai
Mi scusi

Hai


Haiken wo
Posso vederlo?

Hajimemashite
Sono felice di incontrarla
All'inizio della cerimonia
Ikaga desu ka
Come sta?

Itadaki masu
Lo accetto
Simile a chōdai itashimasu, ma riferito al cibo
Kekkō desu
"Molto bene!" o anche "Ne ho avuto abbastanza"
Nel caso di un complimento o come gentile rifiuto
Konnichiwa
Buongiorno

Nan desuka
Che cos'è questo?

Omatase shimashita
Mi perdoni per l'attesa

Onegai shimasu
Le chiedo umilmente
Nel caso in cui si richiede un favore
Osakini
Mi perdoni se inizio prima di lei
È la frase che l'invitato pronuncia nei confronti di chi viene servito dopo di lui
Oshōban itashimasu
Prendo parte alla cerimonia
Viene detto all'invitato che ci precede
Sayōnara
Arrivederci

Shitsurei shimashita
"Mi perdoni" oppure "Mi scusi per la mia rudezza"



Ceramiche

La diffusione del principio del wabi-cha di Sen no Rikyū sconvolse anche l'arte della ceramica giapponese. Le ceramiche finissime di origine cinese furono scalzate rapidamente da quelle di apparenza rozza che incarnavano l'ideale estetico di semplicità e povertà che il maestro intendeva affermare. Tutto iniziò quando a un certo Chōjirō (長次郎, 1515-1592), operaio, forse di origine coreana addetto alla produzione di tegole, Sen no Rikyū chiese di realizzare una ciotola senza usare il tornio né la sovrapposizione a spirale di un cordone di materiale, ma semplicemente modellando la forma concava partendo da un pezzo di argilla. Chōjirō eseguì la commissione e il risultato fu talmente straordinario che Sen no Rikyū stesso giudicò la tazza perfetta sia dal punto di vista estetico, poiché l'aspetto semplice e rustico rispondeva a quell'esigenza di austerità che si prefiggeva, ma anche da un punto di vista pratico in quanto la tazza bassa e larga aveva una stabilità ideale ed era quindi adattissima per l'utilizzo sul tatami senza pericolo che i numerosi spostamenti cui era soggetta durante la cerimonia ne causassero il ribaltamento. Anche lo shōgun Toyotomi Hideyoshi fu altrettanto entusiasta e conferì al vasaio l'autorizzazione a fregiarsi, con tutti i suoi discendenti, del sigillo raku (楽焼, questo termine indica "comodo" o "maneggevole") e da allora la sua famiglia e i suoi discendenti si fregiarono di questo nome. Ancora oggi il quindicesimo e ultimo discendente dei raku, Kichizaemon (吉左衛門, 1949-) produce, come i suoi antenati, tazze di grande bellezza.
Ovviamente anche altri si cimentarono in questo tipo di produzione e così nacquero altri capolavori sempre coerenti con i principi estetici dello zen. Fra i più noti quelli di stile Mino, Seto, Shino e Bizen. Particolarissime le tazze con smalti color crema e soprattutto quelle con smalto nero. Il discepolo di Sen no Rikyū, Furuta Oribe, dette origine a una serie di pezzi straordinari per creatività e colorazione appunto noti da allora come stile Oribe. Spesso i vasai lasciavano colature di smalto o zone non coperte, imperfezioni e bolle; insomma l'ideale estetico del wabi-cha si diffuse sempre più. Malgrado le intenzioni di Sen no Rikyū, le ceramiche che dovevano esprimere il massimo dell'austerità e della povertà raggiunsero presto prezzi elevatissimi ed erano assai ricercate dalle classi più agiate. Si usava persino premiare i combattenti samurai () più valorosi donando loro pezzi particolarmente pregiati o di maestri celebri. Ora molte di queste opere sono conservate nei musei possedendo un valore economico spesso incalcolabile, ma anche le opere di maestri viventi, o del recente passato, eseguite con tecniche immutate dai tempi di Sen no Rikyū, raggiungono quotazioni notevoli.

Scuole del wabi-cha

Le tre scuole principali della Cerimonia del tè giapponese, secondo lo stile wabi-cha, sono state fondate dai figli del nipote di Sen no Rikyū, Genpaku Sōtan (元伯宗旦, 1578-1658):
  • Da Sensō Soshitsu (仙叟宗室, 1622-1697), la scuola Ura Senke (裏千家)
  • Da Koshin Sōsa (江岑 宗左, 1613-1672), la scuola Omote Senke (表千家)
  • Da Ichiō Sōshu (一翁宗守, 1593-1675), la scuola Mushanokōji Senke (武者小路千家)
Il termine Senke (千家) si compone di: Sen (, da Sen no Rikyū) e ke (, "casa" o "famiglia") e indica quindi "Case di Sen no Rikyū".
Oltre questi tre importanti lignaggi di insegnamento, esistono in Giappone molte altre scuole che fanno riferimento al wabi-cha, alcune di dimensioni molto piccole, in questo caso si indicano come ryū (), ovvero "stile":
  • Oribe-ryū 織部流 (fondata da Furuta Oribe)
  • Anrakuan-ryū 安楽庵流
  • Chinshin-ryū 鎮信流
  • Edosenke-ryū 江戸千家流
  • Enshū-ryū 遠州流
  • Furuichi-ryū 古市流
  • Fusai-ryū 普斎流
  • Fujibayashi-ryū 藤林流
  • Fuhaku-ryū 不白流
  • Fumai-ryū 不昧流
  • Hayami-ryū 速水流
  • Higoko-ryū 肥後古流
  • Hisada-ryū 久田流
  • Hosokawasansai-ryū 細川三斎流
  • Horinouchi-ryū 堀内流
  • Kayano-ryū 萱野流
  • Kobori-ryū 小堀流
  • Kogetsuenshū-ryū 壺月遠州流
  • Matsuo-ryū 松尾流
  • Mitani-ryū 三谷流
  • Miyabi-ryū 雅流
  • Nara-ryū 奈良流
  • Rikyū-ryū 利休流
  • Sakai-ryū 堺流
  • Sekishū-ryū 石州流
    • Sekishū-ryū Ikeiha 石州流怡渓派
    • Sekishū-ryū Ōguchiha 石州流大口派
    • Sekishū-ryū Shimizuha 石州流清水派
    • Sekishū-ryū Nomuraha 石州流野村派
  • Sōwa-ryū 宗和流
  • Uedasōko-ryū 上田宗箇流
  • Uraku-ryū 有楽流
  • Yabunouchi-ryū 薮内流 (fondata da Yabunouchi Kenchū Jōchi, 藪内, vissuto tra il 1536 e il 1627 e che, come Sen no Rikyū, fu un discepolo di Takeno Jōō).
  • Dainippon chadōgakkai 大日本茶道学会

mercoledì 18 ottobre 2017

Hachiwari

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L'hachiwari (鉢割 "spacca calotta"), noto anche come kabutowari (兜割 "spacca elmi"), era una sorta di stiletto a sezione triangolare e a lama smussata usato in Giappone nel periodo feudale.
Lungo circa 30-35cm (anche se alcune versioni più lunghe raggiungevano i 45cm), era incurvato ed presentava un uncino sul dorso, vicino alla base dell'impugnatura. In certi casi la fattura dell'hachiwari era così simile a quella di un tantō da essere considerato un vero e proprio coltello, piuttosto che un randello a lama smussata.

Uso

Riguardo al suo utilizzo, si ritiene fosse del tutto simile a quello del jitte: portato al fianco come fosse un pugnale, in combattimento veniva solitamente usato insieme alla spada, impugnata nella mano destra, tenendolo nella mano sinistra con lo scopo di parare i colpi dell'arma avversaria e tentare, se possibile, di spezzarne la lama con l'uncino. In alternativa poteva essere usato per sfondare l'elmo o, come appare più probabile, per penetrare di punta negli interstizi dell'armatura dell'avversario.
Sembrano infatti più leggenda che altro i racconti di samurai che siano riusciti a rompere il kabuto di una O-yoroi con un hachiwari: il kabuto era costituito da numerose lamine di metallo, per lo più ferro, ribattute e inchiodate, che avrebbero richiesto un'enorme pressione per essere spaccate. D'altro canto, sembrerebbe probabile riuscire a deformare l'elmo o a staccarne un pezzo agganciandolo con l'uncino e facendo leva.
Armi simili erano conosciute anche in Europa, dove erano chiamate daghe mano sinistra o rompispade. Tuttavia, anche se la funzione e il modo di usarle erano in pratica gli stessi, la loro forma era molto diversa da quella dell'hachiwari: esse erano grossi coltelli a doppio filo in cui una o anche tutte e due le lame erano "a pettine" così che, parando la lama avversaria, era possibile bloccarla tra i denti e, mediante una torsione, tentare di disarmare l'avversario o addirittura di spezzarne l'arma.
Sembra che Munisai Shinmen, padre di Musashi Miyamoto, fosse un maestro nell'uso del kabutowari al punto di ricevere i complimenti dello shôgun Ashikaga per la sua abilità.

L'hachiwari oggi

Al giorno d'oggi non si conoscono discipline di arti marziali specifiche per l'uso dell'hachiwari, tuttavia alcune scuole di Bujinkan ne prevedono l'insegnamento come estensione del jittejutsu. Per questo, è ancora possibile trovare hachiwari in alcuni piccoli negozi di armi giapponesi.





















































































































































martedì 17 ottobre 2017

Calcio basso

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Il calcio basso è conosciuto con il suo nome inglese: low kick; è una tecnica di gamba usata negli sport da combattimento, nelle arti marziali e nei sistemi di autodifesa. Il calcio basso consiste in un colpo di gamba che porta a contatto il dorso del piede o la tibia dell'esecutore con gli arti inferiori dell'avversario; secondo il regolamento sportivo, può essere portato all'esterno ed all'interno della gamba.
Nella lotta a contatto pieno (detto alla K.O. System) permette di ridurre la stabilità di un avversario per porlo temporaneamente in condizione di svantaggio.
In materia di colpi alle gambe, vari calci coesistono e possono essere utilizzati: circolare (roundhouse kick), semicircolare (semi-circular kick), "balansati": calcio con gamba retta (stick kick), calcio incrociato (crescent kick), calcio discendente (axe kick), diretti di tipo penetrante: calcio frontale (front kick) o calcio laterale (side kick), calcio circolare dall'interno (hook kick), calcio discendente (hammer kick), ecc.
Secondo il regolamento della kickboxing americana o giapponese, questo tipo di calcio può essere soltanto circolare o semicircolare.



lunedì 16 ottobre 2017

Assorbimento di colpo

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Nel pugilato e altri tipi di lotta, l'assorbimento di colpo è un'azione difensiva che consiste nell'accompagnare il colpo dell'avversario per attutire l'effetto del colpo stesso. Alcuni atleti usano questa modalità di difesa per sferrare contemporaneamente un contrattacco dopo avere provocato l'attacco dell'avversario. Assorbire un colpo è una cosa diversa dall'incassarlo.

domenica 15 ottobre 2017

Bodhi

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«Allora per sette giorni, libero da malessere del corpo, egli sedette contemplando la propria mente e i suoi occhi non ammiccavano mai, il saggio riflettendo che in quel sito aveva raggiunto il "Risveglio", realizzò il desiderio del suo cuore»
(Aśvaghoṣa. Buddhacarita, Le gesta del Buddha. XIV, 94)
Il termine sanscrito e pāli bodhi (devanāgarī बोधि) indica il 'risveglio' buddhista inteso in senso spirituale, tradotto in Occidente anche con il termine 'illuminazione'. Il termine bodhi indica quindi l'illuminazione spirituale nell'ambito della religione buddhista.

Origine del termine e sua resa in altre lingue orientali

Il termine bodhi è derivato dalla radice verbale bud (accorgersi, apprendere, capire), corrispondente al verbo bodati, bodate (sanscrito; bujjhati in lingua pāli). Stessa etimologia ha la parola Buddha (il "risvegliato").
Tale termine possiede tre rispettive rese nelle altre lingue orientali:
  • in cinese ;
  • in giapponese satori o go;
  • in coreano o;
  • in vietnamita ngộ;
o anche
  • in cinese jué;
  • in giapponese kaku o gaku;
  • in coreano gak o kak;
  • in vietnamita giác;
  • in tibetano thugs su chud pa;
o anche
  • in cinese 菩提 pútí;
  • in giapponese bodai;
  • in coreano 보리 bori o pori;
  • in vietnamita bồ đề;
  • in tibetano byang chub.



Bodhi e la sua traduzione nelle lingue occidentali con i termini di "illuminazione" e "risveglio"

Nel XIX secolo, in particolare in ambienti intellettuali legati alla Società Teosofica, è invalso in Occidente l'uso di tradurre bodhi con "illuminazione" e così viene tradotto tuttora nelle principali lingue europee.
William K. Mahony ritiene questa traduzione pertinente:
«Coerentemente con il concetto diffuso in Asia meridionale e orientale, secondo il quale la verità finale viene appresa grazie a una "vista" straordinaria (per cui si parla, dal punto di vista religioso, "vista interiore" o "visione"), l'illuminazione è spesso descritta come un'esperienza nella quale si "vedono" le cose come sono realmente e non più come esse appaiono. Aver raggiunto l'illuminazione significa aver visto attraverso la fuorviante trama di illusione e ignoranza, e attraverso l'oscuro velo della comprensione abituale, la luce e la chiarezza della verità stessa. Il termine illuminazione solitamente traduce la parola sanscrita, pāli e pracritica bodhi che in senso generale significa "saggio, intelligente, pienamente conscio". Di conseguenza, bodhi sta anche a indicare una certa "luminosità" (altro tema visivo) della coscienza individuale.»
Robert M. Gimello ritiene invece che la traduzione con "illuminazione" del termine sanscrito bodhi possa condurre a dei fraintendimenti e che quindi il termine "risveglio" vada raccomandato al suo posto.

La dottrina della bodhi

La bodhi rappresenta in ambito buddhista la mèta del percorso religioso. Nel primo buddhismo questa mèta veniva indicata con il sostantivo maschile sanscrito mokṣa (liberazione) ripreso dalle prime Upaniṣad termine poi progressivamente sostituito con quello di bodhi per indicare un analogo significato, ovvero la liberazione dal saṃsāra, il ciclo delle rinascite.
Nel panorama delle differenti scuole buddhiste, e delle rispettive dottrine, l'ottenimento della bodhi acquisisce differenti contenuti e significati, così come sono differenti i percorsi da intraprendere per la sua realizzazione.

La realizzazione della bodhi nel Buddhismo dei Nikāya

La realizzazione della bodhi nel Buddhismo Theravāda

Nel Buddhismo Theravāda la bodhi viene conseguita da coloro che avendo udito e compreso profondamente la dottrina delle Quattro nobili verità si siano contestualmente incamminati lungo l'Ottuplice sentiero realizzando quindi lo stato di arahant (pāli; sanscrito araht).
Questa "illuminazione", propria degli sāvaka (pāli; sanscrito śrāvaka; 'uditori') è identica, sempre per la scuola Theravāda, anche per i pacekkabuddha (pāli; sanscrito pratyekabuddha; 'buddha solitari') e gli stessi buddha.
Non c'è quindi differenza nella qualità della bodhi tra sāvaka, pacekkabuddha e buddha; la differenza tra questi è piuttosto nel fatto che solo i buddha sono in grado di insegnare la 'dottrina', il Dhamma (pāli; sanscrito Dharma) al termine del loro percorso di bodhisatta (pāli; sanscrito bodhisattva) avendo realizzato lo stato di buddha perfetti (pāli sammāsambuddha; sanscrito samyaksaṃbuddha).
Per mezzo della realizzazione della bodhi, gli sāvaka, i pacekkabuddha e i buddha entrano nel nibbāna (pāli; sanscrito nirvāṇa) e, dopo la loro morte, nel parinibbāna (pāli; sanscrito parinirvāṇa).
La realizzazione della bodhi, e conseguentemente dello stato di arahant e l'ingresso nel nibbāna, avviene quando vengono estinte in modo definitivo tutte le passioni (pāli kilesa; sanscrito kleśa) e gli attaccamenti (pāli taṇhā; sanscrito tṛṣṇā) e le loro cause. La mente è così liberata dalle tre impurità (pāli asava; sanscrito āsrava): quella dei sensi, del divenire e dell'ignoranza, causa delle infinite rinascite nel samsāra (pāli; sanscrito saṃsāra). L'arahant così liberato non rinascerà più in quanto le sue azioni non hanno più frutto karmico.


La realizzazione della bodhi nel Buddhismo Mahāyāna e nel Mahāyāna Vajrayāna

Nel Buddhismo Mahāyāna e nel Buddhismo Mahāyāna Vajrayāna, la bodhi conseguita nelle scuole del Buddhismo dei Nikāya e nel Buddhismo Theravāda è considerata incompleta e quindi non corrisponde alla bodhi più profonda (l'anuttarā-samyak-saṃbodhi).
Tale considerazione si fonda sul fatto che tali scuole non accolgono come canonici i sutra mahāyāna rifiutando le dottrine lì riportate.
D'altro canto questi sutra mahāyāna, in particolar modo i Prajñāpāramitā sūtra e il Sutra del Loto, non pongono al centro dell'insegnamento del Buddha Śākyamuni la dottrina delle Quattro nobili verità, considerata una dottrina hīnayāna (del "Veicolo inferiore" contrapposto alle dottrine Mahāyāna ovvero del "Grande Veicolo").
Per le scuole del Buddhismo dei Nikāya e nel Buddhismo Theravāda invece la dottrina delle Quattro nobili verità è centrale per la realizzazione della bodhi risultando invece le dottrine mahāyāna come non 'autentiche' (mai insegnate dal Buddha Śākyamuni) e, in ultima analisi, non utili per la realizzazione del "risveglio".
Secondo i buddhisti mahāyāna invece solo la comprensione delle dottrine mahāyāna, con particolare riguardo a quella della vacuità (sanscrito śunyātā, assenza di sostanzialità inerente ain tutti i fenomeni) unitamente a quella dell'anatman (assenza di sostanzialità inerente nel percettore dei fenomeni), può portare alla realizzazione della "saggezza onnicomprensiva" (sarvajñatā) e quindi alla bodhi. Per realizzare il "risveglio" non è sufficiente quindi, per i mahāyāna, estinguere la passioni, gli attaccamenti e le loro cause, che anzi nel quadro di queste dottrine radicalmente olistiche sono identiche alla "illuminazione", ma occorre piuttosto 'comprendere' la natura della realtà e la causa dei fenomeni. Per questa ragione il Buddha Śākyamuni, invitato ad esporre nel II capitolo del Sutra del Loto la verità profonda che conduce alla bodhi, la esprime con la dottrina del tathātā (sanscrito; la "talità" ovvero "come le cose sono") e non con la dottrina delle Quattro nobili verità.
Nel Buddhismo Mahāyāna la bodhi completa si raggiunge quindi entrando nel veicolo dei bodhisattva (bodhisattvayana) praticando le pāramitā e percorrendo le dieci terre dei bodhisattva (sanscrito daśabhūmi) fino al "risveglio" finale. A questo percorso progressivo si aggiunge un altro percorso che si fonda sulla "illuminazione improvvisa" (in lingua cinese 頓教 dùnjiào) tipica ad esempio della scuola buddhista cinese Chán e del suo corrispettivo giapponese, il Buddhismo Zen.
A questo quadro di dottrine e pratiche fondate sulle pāramitā, il Buddhismo Mahāyāna Vajrayāna aggiunge e predilige degli insegnamenti "esoterici" denominati tantra aventi lo scopo di realizzare "in questo corpo e in questa vita" il profondo "risveglio" spirituale.