venerdì 26 maggio 2017

Naha-te

La genealogia del Naha-te (in Giapponese)
Naha-te (那覇手 Okinawan: Nāfa-dī) è un termine usato prima della Seconda guerra mondiale per indicare il karate che si praticava nell'area intorno a Naha, l'antica città commerciale del Regno delle Ryūkyū e oggi città capitale delle isole di Okinawa. Si crede derivi dallo Shōrei ryū.
Nelle prime decadi del XX secolo, ci si riferì alle arti marziali di Okinawa con il nome te, che nella lingua giapponese significava "mano". Il Te venne spesso accompagnato al nome di una città, per distinguere i vari stili di te, e spesso la parola faceva da prefazione all'area di origine, per esempio: Naha-te, Shuri-te, o Tomari-te.
Il Naha-te si basava originariamente sul sistema della Gru Bianca di Fujian della Cina meridionale, che confluì ad Okinawa agli inizi del XIX secolo attraverso Kumemura (Kuninda); il Naha-te nacque nell'allora sobborgo di Naha, e continuò a svilupparsi ed evolversi fino ad essere formalizzato da Higaonna Kanryō negli anni ottanta. L'Okinawa-te o più semplicemente Te, detta anche Tode, si differenziò subito in tre stili, a seconda dei luoghi di Okinawa in cui veniva praticato: il Naha-te (sul modello del kung fu/gongfu della Cina meridionale), il Shuri-te e il Tomari-te (entrambi sul modello del kung fu/gongfu della Cina settentrionale).
Nei primi anni del XX secolo, furono fondate diverse organizzazioni ufficiali di arti marziali okinawensi, e grazie alla loro influenza la parola karate divenne ampiamente accettata come un termine generico per qualsiasi tipo di arte marziale okinawense senza armi. Con la popolarità del termine karate, la pratica di nominare ogni tipo di arte marziale a partire dalla sua area geografica di origine declinò. Dal Naha-te derivò uno stile di karate: il Goju-ryu. Il termine Naha-te non è più di uso corrente.

Importanti maestri okinawensi di Naha-te

  • Isei Kogusuku
  • Ranhō Maezato
  • Seishō Arakaki
  • Higaonna Kanryō
  • Chōjun Miyagi
  • Kyoda Jūhatsu
  • Kenwa Mabuni

Kata importanti

  • Sanchin
  • Saifa
  • Seienchin
  • Seipai
  • Seisan
  • Shisochin
  • Suparinpei

Stili di Naha-te

Ulteriori stili di Naha-te sono:
  • Gōjū-ryū,
  • Tōon-ryū (sviluppato dagli studenti di Higaonna Kanryō),
  • Kogusuku-ryū,
  • Ryūei-ryū
ed altri ancora.
Al di fuori degli stili di Naha-te veri e propri, ricordiamo che dalle arti marziali Naha-te e dal Kung Fu il Mushindo Kempo ha preso alcuni aspetti.





giovedì 25 maggio 2017

Gosoku Ryū

Risultati immagini per Gosoku Ryū


Il Gosoku Ryū ( 剛速流) è uno stile di Karate fondato dal Gran Maestro Soke Kubota Takayuki, 10 Dan, fondatore e presidente della International Karate Association, Inc. In giapponese, la parola, "Gosoku" esprime il concetto di "duro e veloce", il che suggerisce una combinazione tra tecniche dello stile Shotokan, veloce e dinamico, con le tecniche dello stile, Goju Ryū, duro e concreto.

Soke Kubota Takayuki

Il maestro Soke Kubota Takayuki |宗家洼田孝行| nasce il 20 settembre 1934, nella prefettura di Kumamoto, Giappone, luogo in cui visse, per gli ultimi sei anni della sua vita, anche il famoso e leggendario schermidore Miyamoto Musashi. Detiene il titolo di Soke, grazie al suo contributo dato allo sviluppo dello stile karate Gosoku Ryū. Nel 1950 fu istruttore di auto-difesa per il dipartimento di polizia di Tokyo, dove venne notato per la sua competenza nel praticare uno stile di karate pratico ed efficiente. Ha dedicato la sua vita per l'apprendimento, la creazione, l'insegnamento e l'applicazione di tecniche di autodifesa per militari, polizia e personale civile. Si è guadagnato i gradi cintura di nera di karate, Judo, aikido e kendo . Fu anche l'inventore della Kubotan, un portachiavi di autodifesa che porta il suo nome. È inoltre fondatore e presidente della International Karate Association, Inc.

Sistema dei gradi

L'avanzamento nei gradi, come indicato dal colore della cintura, è un processo che valuta nel tempo il miglioramento nel controllo e nella coordinazione di corpo e mente durante la pratica di un'arte marziale. La durata del tempo necessario per raggiungere un determinato livello, dipende in gran parte dalla dedizione e dell'impegno del singolo studente. Ogni persona, indipendentemente dall' età, genere, o talento innato, può diventare abile, solo se applica diligentemente le tecniche insegnate.
La progressione dei gradi del karate si riflette nella differenziazione dei colori delle cinture. Vi sono due grandi classificazioni: i gradi delle cinture nere sono chiamati dan, mentre tutti quelli al di sotto della cintura nera sono definiti kyū.
Nel Gosoku-ryū, vi sono nove gradi di kyu :
Bassissima

10° Kyu
Cintura bianca

9° Kyu
cintura gialla

8° Kyu
Cintura arancione

7° Kyu
Cintura blu

6° Kyu
Cintura porpora

5° Kyu
Cintura verde

4° Kyu
Cintura verde

3° Kyu
Cintura marrone

2° Kyu
Cintura marrone

1° Kyu
Cintura marrone

Highest



Origini

L' International Karate Association venne fondata nel 1953 a Tokyo, in Giappone, allo scopo di promuovere l'insegnamento e lo stile Gosoku Ryū del karate. Gosoku Ryū, "lo stile di forza e rapidità," incorpora i metodi di Goju Ryū e Shotokan karate con jujitsu aikido, e judo. Viene applicato in modo da difendersi da qualsiasi attaccante proveniente da tutti i lati. L' International Karate Association crebbe rapidamente, fino alla sua attuale quota di 100.000 aderenti, distribuiti in 45 paesi diversi. Nel 1964, il maestro Kubota Takayuki si è recato negli Stati Uniti. Fu in grado di interessare al suo stile di arte marziale molti giovani di talento allo scopo di creare il primo nucleo della succursale statunitense. Sotto la tutela Kubota, l' International Karate Association ha ottenuto ampio riconoscimento nel mondo delle arti marziali. I membri dell'organizzazione hanno vinto diversi titoli, tra cui quelli statali vinti nello Stato della California, nazionali vinti negli Stati Uniti e i Campionati del Mondo. L' International Karate Association ha la sua sede centrale a Glendale (California).


Maggiori differenze con gli altri stili

Lo stile Gosoku Ryū è simile allo stile del karate Shotokan. Si differenzia da quest'ultimo in quanto al suo interno sono presenti sia i movimenti potenti e lineari dello Shotokan sia movimenti veloci, circolari e morbidi del Goju Ryū. Viene data molta enfasi sull'applicazione pratica e sullo sparring. Le posizioni sono generalmente più corte quando si mettono in atto posizioni difensive o di transizione e posizioni più lunghe, nei movimenti potenti. Durante i calci e nel kihon, l'insieme delle tecniche fondamentali, le mani sono tenute in guardia. Il Gosoku Ryū insegna l'uso delle spazzate veloci. Nel kumitego allenamenti, gli attacchi finiscono sempre sul pavimento. Il gioco di gambe, la velocità e la potenza usata dalla rotazione delle gambe costituiscono la particolarità del Gosoku Ryū rispetto agli altri stili. Il Gosoku Ryū presenta al suo interno tecniche di Aikido, Judo, e Jujitsu utilizzate nel combattimento.

Armi del Kobudo

Sul dojo vengono utilizzate molte armi: il Kubotan, il Tonfa, il Kama, il Jō, il Bokken, il Bokuto, lo Shinai, il Tsue (walking cane), e la Katana, o spada giapponese. Il maestro, Soke Kubota Takayuki addestrò i suoi allievi con Taira Shinken imparando gli antichi kata del Kobudo, mentre sviluppava i suoi per la sua scuola. I kata del Kobudo da lui creati da lui :
  • Tonfa - Washi no kata, Juji no uke.
  • Jō - Keibo jitsu, Ken shin ryū.
  • Tsue - (walking cane) Tsue ichi no kata, ni no kata, san no kata, yon no kata, go no kata, roku no kata, Mawashi no kata.
  • Katana - creati dal maestro Kubota: Sankaku giri, Atemi no kata, Kubo giri, Gyaku giri, Iaido ichi no kata, ni no kata, san no kata, Toshin.
  • Bokken - Ken no Michi, Ken no Mai




mercoledì 24 maggio 2017

Yawara

Risultati immagini per yawara arma japonesa



Lo yawara (anche detto pasak o dulodulo nelle arti marziali filippine) è un'arma giapponese utilizzata in diverse arti marziali, costituita da una asticella solitamente in legno lunga da 15 a 20 centimetri, a seconda della dimensione della mano del combattente, e modellata in modo da favorirne la presa. Un esperto nell'uso dello yawara può disporre di un'arma pericolosissima, seppur legale nella maggior parte delle giurisdizioni, e facile da nascondere.

Utilizzo

Lo yawara è spesso utilizzato in coppia per eseguire tecniche di percussione (uchi waza), tecniche di parata (uke waza), di proiezione (Nage waza) o di attacco diretto (tsuki waza) colpendo determinati punti sensibili del corpo umano (kyusho). Un colpo ricevuto con uno yawara può facilmente rompere ossa o bloccare l'utilizzo di un arto o di un muscolo, se portato su determinati punti come le arterie o i nervi.

Storia

Lo yawara, come moltissime delle armi delle arti marziali quali nunchaku, sai o bō, è una delle armi nate durante il periodo del Giappone feudale, secondo le cui leggi era proibito ai civili utilizzare armi con lama; per questo motivo nacquero molte scuole di arti marziali che insegnavano l'utilizzo per difesa personale di vari oggetti nella vita quotidiana. Uno di questi era lo yawara: facile da nascondere e leggero da usare. L'utilizzo dello yawara è stato largamente diffuso tra i poliziotti giapponesi a partire dagli anni '40 dal professor Frank A. Matsuyama e reso popolare in Occidente negli anni '70 dal Gran Maestro Soke Kubota Takayuki, in una sua variante denominata kubotan in dotazione alle forze di polizia di Los Angeles.

martedì 23 maggio 2017

Zanbato

Risultati immagini per Zanbato



La zanbatō (斬馬刀, letteralmente "spada taglia-cavalli") o zambatō è una spada giapponese di grandi dimensioni, e di notevole peso, per il quale era solitamente impugnata a due mani. L'utilizzo storico della spada è tuttora controverso: probabilmente serviva per troncare o spezzare le zampe dei cavalli ed era utilizzata dai soldati delle prime file dell'esercito sottoposto ad una carica di cavalleria.

lunedì 22 maggio 2017

Balestra

Drevnosti RG v3 ill122 - Arbalets and Bolt.jpg
Balestre - ill. di Fëdor Solncev.


https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/1/12/Arbalette-p1000554.jpg/220px-Arbalette-p1000554.jpg
Balestre in legno


Antiche balestre


Progetto di balestra gigante di Leonardo da Vinci.



La balestra è un'arma da lancio costituita da un arco di legno, corno, o acciaio e nei tempi moderni anche con materiali più adatti come fibra di carbonio o alluminio anodizzato per un migliore rapporto peso/resistenza, da una calciatura (fusto) denominata teniere e destinata al lancio di quadrelli, frecce, strali, bolzoni, palle, o dardi. La corda viene bloccata da un meccanismo chiamato noce. Lo scatto avveniva facendo pressione su una sorta di grilletto chiamato chiave oppure, nei modelli più antichi, abbassando un piolo. La corda veniva tesa grazie a un meccanismo a gancio chiamato crocco oppure, nei modelli più sofisticati, a un martinetto.

Storia

La balestra ha una storia molto antica. È certo comunque che essa fu sviluppata solo dopo l'invenzione dell'arco per aumentarne la potenza e la gittata. Il suo utilizzo inizialmente fu sporadico e non decisivo per l'esito degli scontri in battaglia, forse a causa delle difficoltà tecniche che si incontravano nella sua costruzione e soprattutto a causa dei costi di fabbricazione.
La Grecia e la Cina rivendicano l'invenzione della balestra. È probabile che essa sia stata sviluppata indipendentemente da entrambe le culture, anche se non è chiaro quale delle due la utilizzò per prima.
A favore dei Greci c'è l'invenzione della balista avvenuta attorno al 400 a.C. Essa è una sorta di grande balestra, anche se il proietto della balista riceve l'energia dalla torsione di due grandi matasse e non dalla curvatura dell'arco. Inoltre la balista era atta al lancio di pietre e dardi. Sembra tuttavia che fra i primi esemplari ve ne fossero alcuni aventi le stesse dimensioni di una balestra. Secondo alcuni autori greci nello stesso periodo erano presenti i gastraphetes, ma queste testimonianze sono posteriori e quindi incerte.
A favore della paternità della Cina ci sono dei rinvenimenti archeologici di meccanismi di sgancio in bronzo prodotti attorno al 200 a.C. e dei documenti scritti cinesi che descrivono l'impiego della balestra in battaglia attorno al 341 a.C.

Utilizzo in battaglia



Balestra a pistola



L'uso della balestra in Europa continua ininterrottamente dall'epoca classica fino al periodo di maggior popolarità tra l'XI e il XVI secolo, in seguito essa venne abbandonata a favore delle armi da fuoco. Erano famosi e molto apprezzati i balestrieri genovesi.
Fino alla comparsa delle prime armi da fuoco la balestra è stata l'arma più devastante che un singolo soldato poteva utilizzare tralasciando l'arco composto od a doppia curvatura. Infatti ha un potere di penetrazione tale da forare le armature dei cavalieri. Inoltre l'addestramento per il suo utilizzo, rispetto all'arco, risulta più breve.
La balestra ha una fase di caricamento più lunga rispetto all'arco. Nella pratica ciò si traduceva nella necessità di assicurarsi un riparo durante la fase di caricamento; il lungo caricamento era bilanciato dalla notevole distanza di ingaggio, superiore a quella dell'arco normale o dell'arco lungo, ma non a quella dell'arco composto od a doppia curvatura. Proprio per migliorare l'efficacia dei balestrieri in campo aperto, soprattutto in presenza di tiratori nella parte avversaria, venne introdotto l'uso dei pavesi, grandi scudi di legno dietro cui i balestrieri si proteggevano durante la lenta fase di ricarica. Tali scudi potevano essere assicurati dietro la schiena oppure portati da un addetto, chiamato "palvesario". Proprio l'assenza dei pavesi nei ranghi dei balestrieri genovesi al servizio del re Filippo VI di Francia portò alla sconfitta francese a Crecy. Sempre nella medesima battaglia i francesi ricorsero allo stratagemma di montare su carri grosse balestre da postazione in grado di scagliare frecce ad oltre 500 m e con la possibilità quindi di essere spostate sul fronte, ma le cattive condizioni atmosferiche che avevano reso un pantano il campo di battaglia ne limitarono l'utilizzo.
La balestra comportò un discreto cambiamento nelle strategie utilizzate in battaglia, ma soprattutto modificò l'approccio alla battaglia da parte dei nobili che, fino ad allora protetti dalle armature e a cavallo, avevano sempre buone possibilità di uscire vivi dallo scontro. Con l'uso massiccio delle balestre il rischio di morire aumentava considerevolmente. Inoltre anche l'approccio delle battaglie venne generalmente preceduto dall'intervento dei tiratori che, sfruttando la vasta gittata e potenza delle balestre, potevano sfoltire i ranghi avversari prima del corpo a corpo e ripararsi in fretta dietro le vicine linee amiche se caricate da truppe di cavalleria le cui cavalcature si dimostrarono comunque molto vulnerabili ai proiettili, il che li rendeva un facile bersaglio se esposte, o risultavano più lente se coperte da corazze abbastanza spesse da assicurare un'adeguata protezione all'animale, permettendo il riparo dei tiratori. Spesso le battaglie venivano precedute da un confronto a distanza tra i tiratori delle parti avversarie: il vincitore, una volta sgominati i tiratori nemici, avrebbe avuto un importante vantaggio tattico, mantenendo la possibilità di colpire a distanza le truppe avversarie e di coprire quelle amiche nell'avanzata e soprattutto impedendo al nemico ogni possibilità di fare altrettanto.
La balestra modificò a tal punto le regole dell'ingaggio in battaglia che il suo uso fu spesso osteggiato. Lo stesso Concilio Laterano II del 1139 con Bolla ribadita successivamente da papa Innocenzo II, vietò l'utilizzo della balestra tra eserciti cristiani mentre, non potendo avere influenza sugli eserciti musulmani e gli eretici, lo consentì contro questi.

Caratteristiche

La maggior parte delle balestre medievali avevano una potenza media misurabile in termini di carico di tiro o libbraggio (misura della tensione della corda, generalmente espressa in libbre-forza o chilogrammi-forza, quando essa viene tesa al massimo) di circa 45 chilogrammi, ma con l'introduzione dell'arco in acciaio furono costruite balestre in grado di sviluppare un libbraggio di oltre 500 chilogrammi e con una gittata utile di oltre 450 metri.

Tipi di balestra




Caccia alla gru con balestra (tacuinum sanitatis casanatensis, XIV secolo)


Una balestra lanciagranate impiegata sul fronte francese nel primo conflitto mondiale


  • Balestra a crocco: prendeva tale nome dal gancio appeso alla cintura del balestriere e dalla staffa di cui era fornita la balestra stessa. Il balestriere inseriva il crocco nella corda, il piede nella staffa e sollevandosi tendeva l'arco.
  • Balestra a e da leva: si caricava con la leva, da cui prese il nome. La leva si componeva di un braccio di ferro biforcato verso il mezzo della sua lunghezza, ed all'estremità ripiegato a mezzo cerchio, con uno o due ganci snodati che, afferrata la corda, facendo girare i due rami sui perni di ferro posti ai lati del teniere, traevano ed appiccavano la corda stessa alla tacca della noce. Era anche un'arma dei balestrieri a cavallo, con minori dimensioni e con la leva fissata sul teniere;
  • Balestra a martinello: era generalmente una balestra di grosse dimensioni che si caricava con un grosso martinello;
  • Balestro a molinello: era così chiamata una balestra di maggiori dimensioni delle altre, e quindi molto potente: per farla funzionare occorrevano vari uomini e per tendere l'arco occorreva un grosso e forte congegno, dal quale appunto l'arma stessa traeva il nome un argano. Era arma da posta e si adoperava a difesa delle mura;
Vi erano poi le balestre con altri nomi, secondo la nazione ove era stata fabbricata, secondo il modo di caricarle e la loro forma; oppure anche secondo il proiettile che lanciavano:
  • Balestra a staffa: perché si caricava con i crocchi e colla leva, premendo però con il piede su una staffa. Di questa balestra, detta anche balestra manesca, erano armati i balestrieri genovesi alla battaglia di Crecy nel 1346, e a quella d'Azincourt nel 1415;
  • Balestra a un piede o a due piedi: quella che si caricava con la forza di uno o di due piedi;
  • Balestra a bolzoni: era una balestra che lanciava una freccia chiamata bolzone;
  • Balestra a bussola: essa aveva una girella contenuta entro una scatola tonda a mo' di bussola;
  • Balestra a e da tornio: era la balestra più grossa e non manesca, ed il nome derivava dall'ordigno acconciato all'estremità del teniere per tenderla. Erano balestre grosse da muro, da posta ed erano trasportate a soma;
  • Balestra a girella: la balestra che si caricava a mezzo di una rotella scanalata, o carrucola, la quale raccoglieva lo spago che serviva per tirare la corda dell'arco per tenderlo;
  • Balestra a piè di capra: il meccanismo per tendere la corda era così chiamato per la sua forma all'estremità divisa in due parti;
  • Balestra a ruota d'ingranaggio: si caricava mediante una ruota dentata che spingeva lungo il teniere un'asta dentata da una parte come una sega;
  • Balestra a pallottole: lanciava pallottole di piombo;
  • Balestra a pistola: fu in uso nel XVI secolo: Era una balestra munita anche di una specie di pistola disposta lungo e sotto il teniere; cosicché essa era a doppio uso: pistola o balestra, a secondo se veniva usata voltata di sopra o di sotto;
  • Balestra a panca: era così chiamata quella che aveva il fusto rialzato da terra sopra un appoggio a forma di panca;
  • Balestra a tagliere: era così chiamata quando il fusto era a foggia di una tavola larga, quasi a guisa di tagliere;
  • Balestra a telaro: era così chiamata quando il fusto era costruito alla foggia di un telaro o telaio;
  • Balestra cinese a ripetizione: (o Chu-ko-nu) è una balestra che ha una specie di custodia sopra e lungo il teniere o fusto, la quale può fornire successivamente venti frecce in essa custodite, disposte l'una sull'altra;
  • Balestra multipla: progettata da Leonardo Da Vinci nel Codice Atlantico, era in grado di scagliare più dardi in direzioni diverse allo stesso tempo, grazie anche alla particolare forma del teniere, che si apriva a ventaglio.
  • Balestra lanciagranate: tipo di balestra per lanciare bombe a mano fu in uso per breve tempo sul fronte francese durante la Prima guerra mondiale;
  • Balestrino: Balestra molto piccola che si tendeva mediante una vite disposta lungo il teniere e messa in moto dal di dentro del calcio. Si poteva portare nascosta, per cui era considerata arma proibita ovunque dai bandi sulle armi. Lanciava un cortissimo dardo o a volte un ago spesso avvelenato;
  • Balestrone: Grossa balestra che si caricava con fortissimo tornio o martinetto, ed aveva un arco di ferro o di acciaio lungo dai quattro ai sei metri. Era arma di norma posta sulle mura, come macchina di difesa.

La balestra nello sport




La russa Anna Sushko ai 10m Match Crossbow Championships del 2006



Nell'era moderna la balestra si evoluta diventando un attrezzo sportivo. La balestra moderna è l'evoluzione di quella dei secoli passati. I materiali e l'ingegneria moderna hanno sostituito il legno e l'acciaio del passato decretando la nascita di un oggetto sportivo di grande efficacia, precisione e affidabilità. L'arco in acciaio o composito in legno/corno/tendine è ora stato sostituito con due flettenti in fibra dalle eccezionali capacità elastiche. Possono rimanere armati per diverse ore senza subire deformazioni: i produttori più seri tuttavia, offrono indicazioni di sicurezza su quanto la balestra può restare armata.
Nei paesi dove la caccia con la balestra è permessa, per disarmare una balestra rimasta armata per ore e inutilizzata si usa solitamente un dardo apposito in materiale biodegradabile.
È anche eccezionale il loro rendimento fra energia immagazzinata/restituita all'atto dello scocco.

Le caratteristiche tecniche

La corda è normalmente fatta di filati ad altissima rigidità come il Fast Flight, normalmente di 22/30 fili. La "corsa" o "corsa/power stroke" (la misura della distanza fra la corda in riposo e il punto di aggancio) della balestra arriva anche a 17" (43.18 cm) ed oltre, consentendo grande rendimento rispetto al passato. A differenza dell'arco che immagazzina l'energia muscolare delle braccia e di parte del busto, la balestra immagazzina anche quella delle gambe e del busto completo, permettendo così grandi accumuli di energia. Ma un arco ha un rendimento maggiore a parità di libbre perché ha un allungo normalmente superiore, da 26" a 32" (66 cm - 81.3 cm): una balestra da 150 libbre (67.5 kg) corrisponde infatti come prestazioni ad un Arco compound da 70 libbre (31.5 kg) o ad un arco ricurvo da 90 (40.5 kg). Il carico massimo delle balestre moderne, in libbre, normalmente oscilla fra le 150 (67.5 kg) e le 225 (101.3 kg).
Il sistema di sgancio è estremamente raffinato, dotato di sicura, ha uno sforzo normalmente fra le 3 e le 12 libbre (1.35 kg - 5.4 kg). I sistemi di mira possibili normalmente sono due: tacche di mira e cannocchiale. Il primo consente di avere un oggetto più leggero e meno delicato (urti, sole ecc.); il secondo permette tiri più precisi e di avere una migliore mira in situazioni di scarsa luminosità.

I tipi di balestra


Balestra Compound



Le balestre possono essere di due tipi: tradizionali e compound. Le prime offrono numerosi vantaggi fra cui: estrema semplicità nella sostituzione/manutenzione della corda; nessuna necessità di sincronizzare le cams; leggerezza; possibilità di usare frecce più leggere e quindi più veloci. Le balestre compound, dotate di cams o eccentrici sui flettenti invece hanno le seguenti caratteristiche: a parità di libbraggio massimo permettono normalmente una maggiore velocità di uscita del dardo (il sistema di carrucole permette di immagazzinare una quantità maggiore di energia); sono più compatte; in fase di armamento il let-off (diminuzione di sforzo) delle carrucole permette di ridurre la tensione sul meccanismo di aggancio.

I dardi

Il munizionamento tipico della balestra è il dardo: una freccia corta e tozza.
Sono principalmente di due materiali: fibra di carbonio ed alluminio, normalmente nel diametro di 22/64" (0.87 cm). I dardi in fibra di carbonio sono di norma più leggeri di quelli in alluminio, e presentano doti di indeformabilità in situazioni nelle quali un dardo in alluminio si piegherebbe, deformandosi. Le misure delle aste in alluminio più comuni sono 2213, 2216 e 2219. La lunghezza del dardo dipende, ma non è subordinata dal Power Stroke (allungo) della balestra e normalmente varia fra 14" (35.6 cm) e 22" (55.9 cm). Non è comunque una regola assoluta, in quanto rispetto alla freccia usata sull'arco, il dardo della balestra non deve rispettare rigidamente i parametri di spine: dunque può essere più lungo o più corto del power stroke, entro certi limiti, senza subire penalità rilevanti.

Sono impennate con 3 penne naturali o di plastica di lunghezza compresa fra 2" (5 cm) e 5" (12.7 cm). La parte terminale posteriore della freccia ha un inserto protettivo(codolo) su cui spinge la corda che può essere piatto o leggermente scavato a mezzaluna (half moon). Se è piatto la freccia può essere incoccata in tre posizioni diverse, se è a mezzaluna in un'unica posizione. Nella parte anteriore della freccia è presente un inserto a vite che permette di avvitare punte diverse e di diverso peso. La massa della freccia completa varia normalmente fra 350 grani (22.7 g) e 650 grani (42.1 g). Le balestre compound normalmente non possono usare frecce di peso inferiore a 400-420 grani (25.9 g - 27.2 g); le balestre Excalibur possono usare frecce fino a 350 grani (22.7 g). Le marche più conosciute di balestre sono tutte nord americane e sono: Barnett, Excalibur, Horton e Ten Point.

domenica 21 maggio 2017

Balato

COLLECTIE TROPENMUSEUM Zwaard met houten schede TMnr 61-47.jpg
Balato con fodero e cestino sferico in rattan per contenere amuleti.






Il balato (conosciuto anche come baltoe, balatu, balatu sebua, ballatu, foda, gari telegu, klewang buchok berkait, roso sebua o telagoe) è una spada tradizionale indonesiana, originaria dell'isola di Nias, a nord-ovest di Sumatra, tipica del popolo dei Nias.

Descrizione

Il balato è prodotto in una grande varietà di lame, manici e foderi. Una caratteristica comune è l'allargarsi della lama verso la punta. La lama ha un solo filo e può essere dritta o leggermente ricurva. I manici generalmente hanno la forma di teste di animali o creature mitologiche come il lasara, e possono essere stilizzati o particolarmente dettagliati, e sono fatti di legno sebbene esistano versioni in ottone. I manici in legno hanno comunque una ghiera in ottone in prossimità della lama. Il fodero è in legno avvolto in strisce di rattan o in lamine di ottone. Spesso al fodero viene attaccato un cestino sferico in rattan che ha lo scopo di contenere vari amuleti. Solitamente i balato delle regioni meridionali hanno cestini più decorati di quelli delle regioni settentrionali.

Uso cerimoniale

Nel sud dell'isola di Nias le popolazioni locali praticano una danza di guerra detta faluaya o fataele: essi, vestiti con colori sgargianti, adoperano per questa danza scudi (baluse) e armi, tra cui i balato. I Nias facevano uso di questa spada anche per le decapitazioni, poiché in passato erano cacciatori di teste e ritenevano che i decapitati sarebbero diventati loro servitori nell'aldilà. Oggi, tuttavia, quest'usanza è andata perduta, poiché i Nias sono per la maggior parte cristiani protestanti.


sabato 20 maggio 2017

Bagh Nakh

Il Bagh Nakh (o Bag'hnak, Nahar-nuk, Waghnakh, Wagnuk, Wahar-nuk termine Indù per "artigli di tigre" बाघ नख)è un'arma bianca indiana.

Bagh Nakh
Quest'arma è ideata per essere portata sopra le nocche o nascosta nel palmo, come un tirapugni o un Neko-Te (tirapugni a spunzoni giapponese), ma a differenza di questi, è solitamente formato da cinque o sei sbarrette di metallo, generalmente acciaio, attaccate ad una sbarra o guanto, ed è stata progettata per simulare un attacco da parte di un animale selvatico, ed allo stesso momento creare gravi danni a pelle e tessuto muscolare
L'arma fu sviluppata in India, principalmente per l'autodifesa, ma non è certo quando fu progettata. Il primo utilizzo certo è da parte del primo imperatore Maratha, Shivaji. Usò una variante Bich'hwa bag'hnak, per uccidere il generale Afzal Khan, un Sardar (sultano) di Bijapur.

Varianti

Esistono vari tipi di Bagh Nakh, per esempio il modello in cui gli "artigli" sono fissati a due piastre incernierate, piuttosto che una, con un extra anello e artiglio per il pollice. I primi Bagh Nakh non utilizzavano anelli per fissarlo alle dita, ma piuttosto dei buchi circolari erano fatti attraverso la piastra centrale. Molti tipi includevano una lama o spunzone ad una estremità, cioè i Bich'hwa bag'hnak.




venerdì 19 maggio 2017

Ascia da battaglia

Indian (Sind) tabar 2.jpg
Tabar, India, XVIII secolo


Ascia da battaglia è il termine utilizzato per indicare una scure espressamente disegnata per un utilizzo bellico e non lavorativo. Questo tipo di arma, in uso fin dal Paleolitico, poteva essere ad una o due mani. Il peso poteva variare tra gli 0,5 ed i 3 kg e le dimensioni tra i 30 cm e gli 1,5 metri. Armi simili all'ascia da battaglia ma di dimensioni maggiori, come la bardola, rientrano nel novero delle armi inastate.

Costruzione ed utilizzo

Rispetto alla scure, ideata per abbattere alberi, l'ascia da battaglia, destinata a colpire le braccia o le gambe dell'avversario, ha testa metallica più leggera e ricurva. L'arma, a seconda delle dimensioni, poteva essere brandita ad una o due mani ed era destinata o a garantire la possibilità di attacchi veloci e ripetuti o attacchi potenti, volti ad abbattere o debilitare l'avversario.
Le asce da battaglia con testa metallica a mezza luna, diffusesi in Europa durante il periodo romano erano solitamente in ferro battuto con un bordo di acciaio al carbonio o, caso tipico delle asce medievali, in acciaio puro. Il manico in legno venne rinforzato da strisce di metallo, onde garantire maggiore solidità nel caso di un attacco portato dall'avversario sotto la testa dell'ascia. Alcuni modelli d'epoca rinascimentale presentano manico interamente in metallo.

Storia

Nel corso della storia dell'umanità, diversi attrezzi sono stati riconfigurati in armi. La scure, diffusa in tutte le primitive culture umane, fu uno dei primi attrezzi ad essere interessato da questo fenomeno. Nel corso di questo processo evolutivo dall'attrezzo all'arma, processo che portò allo sviluppo di armi altamente raffinate come la scure da lancio e la scure d'arcione espressamente disegnata per le forze di cavalleria, si originarono forme ibride, utilizzabili sia a fini lavorativi che a fini bellici. L'ascia da battaglia, molto più economica e facile da fabbricare di una spada fu sempre arma diffusissima tra le popolazioni tecnologicamente poco evolute o tra le classi sociali più povere.
Nell'immaginario popolare dei paesi occidentali, le asce da battaglia sono associate ai Vichinghi. Questi fantaccini e marinai scandinavi fecero certamente largo uso delle asce da battaglia nei secoli delle loro scorrerie in Europa e nell'Atlantico (VIII-XI secolo), producendone svariate tipologie: asce da lancio, asce "barbute" con l'estremità inferiore della testa allungata per garantire maggior peso al colpo (berdica) e asce "uncinate" per agganciare il bordo dello scudo avversario e strapparlo, lasciando il bersaglio scoperto per il successivo colpo di ritorno.

Origini

Stando ai ritrovamenti archeologici, l'uso dell'ascia a fini bellici in Europa risale almeno al periodo Mesolitico (circa 6000 a.C.). Gli scontri tra le popolazioni europee nel Neolitico intensificarono il processo di evoluzione tecnologica dell'ascia da battaglia mentre, nel contempo, l'arma stessa diveniva simbolo di potere ed autorità. Con l'avvento dei metalli, le asce iniziarono ad essere realizzate in rame e bronzo.

Evoluzione dell'ascia da battaglia dal Paleolitico all'Età del Bronzo: 1 Paleolitico, 2 Fine Paleolitico, 3-4 Neolitico, 5-Fine Neolitico, 6 Età del Rame, 7-11 Età del Bronzo.



Le prime asce da battaglia di bronzo ormai evolute, con incavo per l'impugnatura e non più da incastrare in esso, apparvero nell'Antica Cina e nell'Antico Regno dell'Antico Egitto, già distinte in armi vere e proprie ed armi di rappresentanza, simboliche, riccamente decorate:
  • I guerrieri della Dinastia Shang disponevano, oltre che delle normali asce da guerra, anche di armi ibride tra la lancia e l'ascia: il yuè, sorta di azza, ed il (ascia-daga), un'ascia inastata dalla testa molto puntuta;
  • Arma d'ordinanza dei fanti egiziani durante l'Antico Regno, l'ascia da battaglia venne sostituita, durante il Nuovo Regno, dal khopesh, un'arma ibrida, assommante caratteristiche dell'ascia, della spada e della falce.
  • Ascia da battaglia decorata dell'epoca Shang
  • Khopesh del XVIII secolo a.C.

Europa

Età Antica

Cavaliere scita armato di sagaris


Ascia bipenne cretese in bronzo





Nel bacino orientale del Mediterraneo, la cultura micenea diffonde la labrys, ascia bipenne simbolo del fulmine divino e del potere reale, ma la successiva evoluzione bellica dell'Antica Grecia mette da parte le asce in favore della spada e della lancia: l'ascia da battaglia è infatti completamente assente dalla panoplia dell'oplita, né, per contro, l'uso dell'ascia poteva essere compatibile con lo stile di combattimento della falange oplitica.
Nella cultura greca il simbolo dell'ascia da battaglia si lega intrinsecamente con le popolazioni nomadi delle steppe orientali, siano esse vere (Sciti, Medi etc.) o fittizie (Amazzoni), i cui cavalieri usavano servirsi della sagaris, sorta di archetipo della scure d'arcione.
Durante l'Età del Ferro l'uso dell'ascia da battaglia a scopi pratici andò però scomparendo dall'areale mediterraneo. Se infatti, presso gli antichi romani, i fasci littori ornati da lame di scure mantennero un potentissimo significato simbolico, mancava invece completamente dall'equipaggiamento del legionario romano, munito invece di ascia e scure come strumenti lavorativi, l'ascia da guerra.

Medioevo

L'insediamento, nelle terre del vecchio Impero Romano d'Occidente, di popolazioni germaniche (v. Invasioni barbariche del V e VI secolo), diffuse in modo massiccio l'uso dell'ascia da battaglia in Europa. Popolazioni germaniche come i Franchi o i Sassoni legarono indissolubilmente il loro nome all'uso di tali armi: i Franchi erano appunto noti per l'uso della francisca, una scure da lancio portata in combattimento dal fantaccino in supporto alla scure da guerra o alla lancia, mentre i Sassoni diffusero nell'areale baltico-scandinavo il prototipo di ascia poi diffuso dai Vichinghi. Nelle province più orientali del vecchio impero, le genti degli Ostrogoti e dei Visigoti, tramite il contatto con popolazioni ugro-finniche come gli Unni, fusero il modello della scure da guerra germanica con la scure d'arcione tipica in uso ai cavalieri della steppa.

Ascia da battaglia vichinga.



Tutte queste armi, prodotte in ambiente romano-barbarico, erano spesso decorate. Incisioni runiche, fitoformi o zoomorfe, in alcuni casi impreziosite da tarsie in oro, ornavano le guance delle scuri da guerra, ribadendo l'importanza data dalla società di provenienza al portatore dell'arma.
Ancora all'epoca di Carlo Magno, quando la cavalleria pesante muoveva i primi passi della sua affermazione a corpo militare risolutivo nel decidere l'esito delle battaglie, l'ascia da battaglia era ancora parte integrante della panoplia del guerriero. I successivi scontri tra le popolazioni germaniche stanziate nelle terre romane ed i germani ancora barbari della Scandinavia, ridiffusero in modo massiccio in Europa l'uso della scure in combattimento, in tutte le varianti sviluppate dai razziatori vichinghi.
Fu solo a partire dall'Anno Mille, quando l'evoluzione metallurgica europea sviluppò l'archetipo definitivo della spada lunga, che l'uso dell'ascia da battaglia, soprattutto da parte dei soldati a cavallo, i milites per antonomasia, iniziò a decadere. L'ascia restò arma di predilezione delle classi sociali meno abbienti (i laboratores) per tutto il periodo medievale mentre alcuni esempi illustri testimoniarono il suo saltuario uso da parte dei grandi cavalieri: Riccardo Cuor di Leone usò un'ascia durante gli scontri a Jaffa nella Terza Crociata (1192) e Robert Bruce durante la Battaglia di Bannockburn (1314).
Proprio perché così legata all'uso bellico delle classi meno abbienti, il modello dell'ascia contribuì enormemente allo sviluppo di alcune tipologie di arma inastata che godettero di particolare successo durante il medioevo europeo: l'alabarda e la bardola, anche nota come scure da fante. Un'altra arma inastata, diffusissima nei paesi scandinavi e baltici, la berdica si costituisce poi quale diretta evoluzione della scure danese.
A partire dal XV secolo l'ascia, nello specifico la scure d'arcione, tornò in uso alla cavalleria europea. Più che al contatto con le genti turche nei Balcani e negli Stati crociati, dedite all'uso della scure d'arcione come tutte le popolazioni nomadi euro-asiatiche, il ritorno dell'ascia da battaglia sugli arcioni dei cavalieri fu nuovamente dovuto agli sviluppi della metallurgia europea. Le corazze a piastre pesanti che ormai fasciavano il corpo del guerriero a cavallo avevano vanificato l'uso della spada lunga quale arma risolutiva nello scontro. Spinti dalla necessità di ottenere armi con maggiore potenza d'impatto, gli armaioli europei ridisegnarono armi rudimentali come la mazza e l'ascia ottenendo il modello definitivo della mazza d'armi a coste, del martello d'armi e dell'ascia d'armi. La nuova generazione di scuri d'arcione presenta lama a mezzaluna, becco di piccone sul retro della gorbia e cuspide verticale. Le innovazioni sviluppate per le scuri d'arcione passarono poi alle scuri in uso alla fanteria, irrobustite ed appesantite per permettere uno scontro alla pari con un cavaliere appiedato.

Età Moderna

L'uso sempre più massiccio delle armi inastate e delle prime armi da fuoco (archibugio, petrinale, pistola a ruota etc.) spinse le forze di fanteria e di cavalleria dell'Europa occidentale ad abbandonare sistematicamente l'uso dell'ascia da battaglia durante il XVI secolo. In Europa Orientale, dove gli scontri campanili finivano quasi sempre con il vedere contrapposti numerosi schieramenti di cavalleria, la scure d'arcione, tanto quanto la mazza d'arme o il picco da guerra, continuò ad essere utilizzata per tutto il XVII secolo.

Asia

Asia centrale e Subcontinente indiano


Derviscio con tabarzin.



Le grandi civiltà dell'Asia Centrale e del subcontinente indiano, soggette alle medesime correnti migratorie che interessarono le propaggini orientali dell'Europa, svilupparono modelli di ascia da fante e da cavaliere grosso modo assimilabili a quelli occidentali.
In India la tradizione di un uso marziale codificato per la scure è antichissimo. L'ascia da battaglia farasa (dal sanscrito paraṣu) viene fatta risalire alla figura divina di Parashurama, sesto avatar di Vishnu. Si tratta di un'arma solitamente a lama singola, in forma di mezzaluna di notevoli dimensioni, con manico in legno o bambù lungo tre-quattro piedi.
Interessante anche il tabarzin (تبرزین), l'ascia da battaglia della Persia (Iran). Il vocabolo indica in realtà una tipologia di armi: asce con lama a forma di mezzaluna, a volte bipenni, con manico lungo sei piedi o tre, interamente realizzato in metallo, molto sottile. Il tabarzin finì con il rivestire anche un ruolo simbolico, divenendo attributo dei dervisci musulmani. A partire dal XVI secolo, l'egemonia culturale dell'Impero ottomano sulle terre dell'Asia centrale fece del vocabolo tabar (ascia), da tabarzin, il termine in uso per indicare la scure d'arcione tra le file della cavalleria turca, afgana, indiana e pakistana.

Cina

Sud-Est asiatico


Asce della cultura Dong Son



Presso le civiltà sviluppatesi nelle regioni dominate dalla foresta pluviale, l'ascia è diffusissima sia come attrezzo che come arma o simbolo. La cultura di Dong Son, originatasi nell'attuale Vietnam, abbondava di asce in bronzo. Nello Sri Lanka venne sviluppata la Keteriya, ascia da battaglia ad una mano oggi simbolo del Reggimento Gajaba dell'esercito nazionale.

Giappone

Allo stato attuale delle ricerca, l'ascia da battaglia figurò molto raramente negli arsenali dei samurai. Le poche testimonianze relative all'uso della ono, termine che in lingua giapponese vale sia per l'ascia da lavoro che per l'arma vera e propria, sono legate alla figura dei sōhei, i monaci-guerrieri buddisti poi eliminati dallo Shogunato.


giovedì 18 maggio 2017

Badik

Rappresentazione grafica di un badik.
Il badik, badek o batak è un coltello-pugnale indonesiano dalla caratteristica impugnatura angolata rispetto alla lama; quest'ultima può essere in ghisa, in ferro o in acciaio.
È un pugnale tradizionale delle tribù costiere del Sulawesi meridionale; i principali utilizzatori di questo strumento erano le tribù Bugis e Makarese, che grazie ai loro scambi commerciali con Sumatra, il Borneo, la Malesia, Giava e il Mali fecero conoscere il Badik.

Tipi di Badik

Esistono tre tipi di Badik:
  • Il badik Bugis, che ha un'impugnatura come quelle da pistola, inclinata a 90° e con i bordi del manico smussati.
  • Il badik Makarese che ha un'impugnatura tipo calcio di pistola inclinato a 45°, ed intagliato in forma conoidale.
  • Il Badik di Sumatra e della penisola malese, che è molto simile al Bugis.

Tradizione

Il Badik fa anche parte del vestiario tradizionale, e viene portato dalla sposa durante la cerimonia del matrimonio in Sulawesi e a Sumatra. Viene portato davanti allo stomaco, infilato nelle pieghe del sarong.
Uno dei modi tradizionali di combattere con il badik vede i due contendenti trattenuti dal sarong per una mano, in modo che non possano scappare, mentre nell'altra mano impugnano il badik.


mercoledì 17 maggio 2017

Chigiriki

Un chigiriki



Il Chigiriki o Chigirichi è un'arma giapponese costituita da un bastone della lunghezza di circa 60 centimetri, munito di una catena della stessa lunghezza montata ad un'estremità; tale catena termina con una palla o cilindro di legno chiodato.
È simile al mazzafrusto della tradizione occidentale.




martedì 16 maggio 2017

Suruchin

Un suruchin di corda e pietre



Il suruchin o surujin è una tipica arma giapponese da lancio, utilizzata soprattutto nel Kobudo di Okinawa.
Essa consiste in un due pesi, generalmente di pietra o metallo, attaccati alle estremità di una corda o catena, lunga 2-3 metri, che una volta lanciata serve per intrappolare o stordire gli avversari.


lunedì 15 maggio 2017

Systema

Risultati immagini per Systema


Systema (in russo Система, letteralmente il Sistema) è il metodo di combattimento derivato dalle scuole autoctone di arti marziali russe. Tale sistema comprende:
  • Combattimento a mani nude;
  • Prese;
  • Combattimento con frusta;
  • Combattimento con armi da taglio;
  • Combattimento con armi da fuoco;
  • Esercizi e lavoro di coppia con o senza forme predefinite.
Il sistema di combattimento cosacco si concentra soprattutto sul combattente, ponendolo in stati di maggiore coscienza spirituale e corporea attraverso il controllo delle principali rotazioni ossee e cutanee: gomiti, ginocchia, collo, anca, spalle, vita, attraverso l'uso di punti/zone di pressione/tiro, colpi e schivate. L'impiego delle armi è un accompagnamento del lottatore verso la sua natura umana di cacciatore, concentrandolo sui movimenti istintivi della cosiddetta "difesa istantanea". Si può affermare scientificamente, con i principi meccanici conosciuti, la possibilità di ottenere una difesa istantanea non solo da armi bianche o da fuoco, ma praticamente da ogni oggetto. Inoltre è conosciuta come un'arte marziale avanzata e utilizzata da alcuni corpi speciali russi, per esempio gli Spetsnaz.

Storia

Anche se si ipotizza che l'arte marziale russa Systema risalga al X secolo e che venisse praticata dai Bogatyr, dei combattenti ed eroi russi, non possiede un preciso background storico e, di conseguenza, neanche un nome storico: questo particolare potrebbe creare confusione essendo effettivamente un nome assai generico, se comparato a quello del "Kung Fu".
È probabile che il nome "Systema" sia stato preso da Arti Marziali simili, nate prima di questa, come il "Systema Rukopashnogo Boya", in italiano "Sistema di combattimento a mani nude".
Molte similitudini si ritrovano per esempio nel metodo "Systema", seguito da Mikhail Ryabko. In questo caso, "Il Sistema" si riferisce ai vari sistemi del corpo: muscoli, sistema nervoso, sistema respiratorio, etc ... e ad elementi psicologici e spirituali.

Le forze speciali russe

In tutta la Russia fra le forze speciali (Alpha, GRU, Vympel, e molti altri nomi, ufficiali e non), vengono praticati diversi stili di combattimento, spesso confusi con il Systema di questa voce. Per esempio, molte sono addestrate tramite il cosiddetto "bojewoje sambo", o "combattimento sambo", un'arte totalmente diversa. Altre fanno anche riferimento al "rukopashka", cioè al combattimento a mano nuda, o al "machalka" o alla "boinia", che in russo si riferiscono al "combattimento" e alla "sconfitta". Il nome "Combattimento Sambo Spetsnaz", per esempio, è stato coniato dal Governo Sovietico.
Le guardie personali di Joseph Stalin, per esempio, praticavano il Systema, e Mikhail Ryabko è stato introdotto alla sua pratica, proprio da una di queste guardie del corpo. Dopo la morte di Stalin, Systema divenne lo stile di combattimento sviluppato dalle Unità Militari dei Corpi Speciali nelle missioni rischiose, tra le quali gli Spetsnaz, le GRU e da altre organizzazioni governative.
Il fatto che quest'arte marziale sia rimasta sconosciuta fino a dopo la guerra fredda è dovuto alle tradizionali capacità dell'Unione Sovietica nel mantenere un alone di estrema segretezza, su tutte le attività militari . Solo dopo il crollo del regime comunista, tale arte marziale è stata resa nota e riscoperta e, pur avendo radici antiche viene, come sempre, adattata alle varie esigenze militari e contemporanee da ogni istruttore e da ogni praticante.


Lo sviluppo di Systema tra il 1960 ed il 1980

Un'altra teoria propone che le varie forme del moderno Systema siano evoluzioni di un'intensa ricerca e sviluppo di un progetto portato avanti attraverso numerose generazioni di istruttori dell'esercito, che insegnavano il combattimento corpo a corpo alla Dinamo a Mosca tra il 1920 ed il 1980. Se fosse così potrebbe essere considerato della stessa linea del combattimento sambo e gli stili correlati come il samoz sviluppato da V.A. Spiridonov. Se questa teoria fosse corretta le influenze stilistiche del moderno Systema potrebbero includere numerosi stili di arti marziali nazionali, sistemi di combattimento militare di corpo a corpo e stili russi di combattimenti indigeni, come anche aspetti di scienze motorie, biomeccanica e psicologia dello sport e queste discipline sarebbero state incorporate nella ricerca nel combattimento Corpo a Corpo, sviluppato del progetto Dinamo durante il XX secolo.
Anche un'altra teoria suggerisce che Systema sia in effetti un sistema moderno, che si basa su arti marziali tradizionali cinesi come il Taijiquan, il Yi-quan ed altri. I russi sono sempre stati attratti dalle arti marziali tradizionali cinesi, anche prima della II Guerra Mondiale, ma tra gli anni '50 e '60 intense ricerche hanno condotto ad un notevole sviluppo, peculiare per la Russia. Inoltre molti maestri cinesi hanno visitato la Russia, in questo periodo, entrando a far parte di programma di addestramento militare dell'esercito. Nonostante però vi siano numerose similarità nell'approccio ai metodi di allenamento e ai principi base, le arti marziali russe e quelle cinesi mostrano delle considerevoli differenze.

Citazioni

« Non ti puoi rilassare senza respirare, non puoi raggiungere una postura naturale senza rilassamento e dopo che si è riusciti a raggiungere una buona postura ci si può iniziare a muovere nello spazio correttamente. »
(Vladimir Vasiliev, da "Let Every Breath...")
« Un vero guerriero è capace di difendere se stesso e gli altri ed è in grado di cambiare l’orgoglio, l’aggressività e la paura in umiltà, coraggio e forza. »
(Vladimir Vasiliev)
« In Systema non esiste riscaldamento, tutto è Systema. »
(Vladimir Vasiliev)

Principi base di Systema

Per avere successo con questa arte marziale è necessario lavorare sulla persona, poiché conoscere se stessi è il primo passo per conoscere gli altri.
I primi elementi contro cui combattere sono proprio le proprie paure, alle quali si associano diverse tensione psicofisiche che impediscono agli individui di reagire prontamente al pericolo.
Essere consapevoli delle proprie capacità ci rende sicuri di noi stessi, perché sia il sopravvalutarci che il sottovalutarci ci fa valutare erroneamente quanto un pericolo sia grave, e se siamo in grado di sostenerlo.
Conoscere i propri limiti è molto importante perché ci permette anche di poter lavorare su di essi.
Systema è tutto questo: la presa di coscienza delle proprie tensioni e lo strumento per poterle superare: il Respiro.
Il respiro si pone alla base della capacità di veicolare e guidare le emozioni, in modo da non essere sopraffatti da esse ed essere pronti ad una reazione, coerentemente con il contesto in cui ci troviamo e senza distorsioni, senza esagerazioni, senza blocchi, per evitare di sentirci inadeguati alla situazione.
Systema si basa sul condizionamento della mente tramite il corpo.
La paura del contatto è una delle paure più grandi: il colpire e l'essere colpiti. Esiste nel Systema, infatti, tutta una serie di esercizi volti proprio ad eliminare questa paura. Se riusciamo a percepire come il nostro corpo risponde ad un colpo o ad una pressione, riusciamo a capire come il corpo degli altri risponde alle nostre pressioni e ai nostri colpi e siamo anche noi più preparati a gestire colpi e pressioni.
Systema è adatto a qualsiasi tipo di corporatura (ed età), proprio per il principio di rilassamento che c'è alla base.
Il rilassamento permette di percepire e quindi sfruttare le tensioni dell'avversario ed avere quindi maggiori possibilità di sopravvivere allo scontro, in quanto può risultare controproducente e pericoloso contrapporsi alla forza con la forza, mentre spesso è più sicuro non opporsi ad un attacco e far sì che questo si esaurisca da solo.
La pratica di Systema non prevede un insegnamento della tecnica pura, ma prevede una ricerca, tramite i principi di movimento propri di tale arte marziale, della tecnica adatta ad ogni singolo individuo in una determinata situazione.
Nella difesa personale, campo in cui Systema si è diffuso in tutto il mondo grazie a Mikhail Ryabko e Vladimir Vasiliev, imparare migliaia di tecniche è scarsamente funzionale in una situazione di pericolo. Questo è determinato dal panico che impedisce la gestione razionale di una tale mole di conoscenze, panico che conduce paradossalmente in una situazione di paralisi. Mentre la conoscenza di come il proprio corpo risponde ad una vasta gamma di esperienze, provate in allenamento, infonde sicurezza e permette una risposta immediata, perché già sono chiare le capacità di reazione proprie e di qualsiasi altro individuo.
Systema è nato per sviluppare velocemente grandi capacità in campo bellico, perciò si è cercato di abbreviare il più possibile il processo di adattamento al combattimento, in modo che il singolo individuo possa sviluppare coordinazione e sensibilità necessarie e sufficienti a permettergli di gestire le più svariate situazioni, invece di fornire una vasta serie di tecniche tra le quali trovare quella più efficace per sé.

Principio neurologico di Systema

In un combattimento, il fattore decisivo è la velocità di risposta ad un dato stimolo, attacco, minaccia, etc. Questa dipende da numerosi fattori, tra cui la tempestività dell' azione.
Diverse discipline di combattimento hanno sviluppato diverse strategie per ottenere un vantaggio di tempo rispetto all'avversario. Molti corpi speciali limitano l'addestramento a poche tecniche generiche, basate su specifiche abilità motorie. L'idea alla base di questo approccio è la seguente:
  • Fondamentale è diminuire il tempo di decisione della mente, in modo da ridurre il tempo di reazione o tempo di risposta, ad un attacco.
  • Inoltre si cerca di sviluppare le abilità motorie, la mobilità articolare e la scioltezza, elementi che permettono alle persone di muoversi anche in ambienti ristretti.

L'approccio inconscio e l'emulatore

La risposta del nostro cervello ad un attacco fisico è molto complessa e variegata. Lo studio di tale risposta è importante per capire il tempo di reazione nel caso di un approccio "inconscio", secondo la filosofica di Systema, in opposizione all'approccio di una scelta consapevole.
Quando il nostro cervello si prepara per un movimento, per esempio, in risposta a un attacco alla nostra persona, lo farà immediatamente, senza attivare i muscoli e senza una consapevole coscienza. Questo significa che il cervello possiede qualcosa simile ad un “emulatore”.
Prima che il nostro cervello prenda coscienza di un movimento istintivo, deve inserirlo nelle sue mappe. Questo passaggio implica delle attivazioni ormonali, modifiche della pressione sanguigna e tutta una serie di adattamenti psicofisiologici. L'unica fattore mancante è l'attivazione dei nostri muscoli, e della nostra consapevolezza. Il movimento che viene inserito negli schemi del nostro cervello ci appare, a livello cosciente ogni qualvolta lo riproponiamo, sempre originale, benché in realtà sia già inserito negli schemi cerebrali.

La risposta secondaria

Se il movimento è diretto dal nostro inconscio e tale movimento avviene spontaneamente, allora la nostra risposta cosciente sarà la risposta che viene detta "secondaria" e viene guidata dal cervello.
Tuttavia, nell'esempio del controllo della mente cosciente (SWAT team, forze speciali…), è sempre necessaria una selezione tecnica prima di attivare i muscoli attraverso una terza risposta.
Un numero limitato di tecniche diminuisce il tempo di selezione, ma rimane comunque il terzo percorso del cervello quando viene applicato un approccio consapevole.
Systema invece si basa sulla risposta inconscia o automatica, il che significa che possiamo agire, o meglio, reagire, attraverso la risposta secondaria, senza passare quindi attraverso la scelta della tecnica; infatti non vengono insegnate delle tecniche specifiche, ma tutto si fonda sull'esperienza diretta dell'allievo.

I modelli ad azione fissa (FAP) nel combattimento

I Neurologi si riferiscono a questi movimenti di reazione automatica come "modelli ad azione fissa" (FAP). Quindi è attraverso le esperienze del passato, che il corpo ha imparato a reagire in un certo modo, in determinate circostanze, in modo da ridurre il tempo di reazione, quindi il cosiddetto, "pacchetto movimento" è applicato in modo coordinato quando necessario, senza che il cervello debba ripetutamente riprendere il percorso di scelta.
Questi modelli possono variare dalle schivate molto semplici a schemi di movimento complessi, schemi che, tuttavia, non sono sempre la scelta migliore o più efficiente per ogni circostanza.
Per esempio, se si tocca un oggetto caldo, si ritrae la mano immediatamente, in un FAP, ma se qualcuno blocca il dito in una serratura, questo stesso FAP si attiverà, ma si avrà una situazione peggiore, perché, in questo caso, il tentativo di ritrarre la mano, in realtà andrà ad aumentare la pressione sul dito bloccato. Come possiamo modificare questa situazione e come possiamo cambiare il FAP o qualsiasi altro movimento di reazione automatica? La risposta è: allenamento.

Allenare i neuroni sensoriali

L'allenamento ha la possibilità di far ignorare il FAP corrente e sostituirlo con un altro.
Il cervello ha molte mappe del corpo, sparse in tutta le sue diverse aree. Quelle più importanti, sono le mappe del motore principale dei neuroni sensoriali, alle quali ci si riferisce come "humunculi". Queste mappe del corpo interagiscono in modo gerarchico.
Le informazioni provenienti dal corpo entrano nelle mappe sensoriali primarie e poi salgono attraverso complesse procedure di elaborazione e costante rivalutazione fino a livelli di mappe superiori.
Più è alto il livello a cui viaggiano le informazioni e più informazioni vengono inserite nella trasformazione di un'azione come emozioni, ricordi, immagini del corpo, credenze, modelli di dolore ecc, ecc.
Alla fine viene decisa la reazione appropriata ed emulata, poi si muove attraverso la gerarchia fino alle mappe motorie primarie, da cui i muscoli sono attivati e posti in un movimento cosciente.
Il punto interessante qui è che possiamo apprendere modelli specifici (tecniche) o possiamo anche insegnare al nostro corpo come muoversi in modo rilassato in schemi di movimento generali (i principi di movimento del Systema).
La differenza è che permettiamo al nostro corpo di raggiungere le proprie soluzioni per ogni singolo problema, fintanto che aderisce a principi scelti, come rilassamento, efficienza e movimenti naturali.
Il sistema nervoso funziona attraverso ciò che chiamiamo "facilitazione", in termini semplici, più usiamo un'azione più è probabile che la stessa azione sarà scelta la prossima volta.
Tuttavia, se andiamo continuamente a variare i movimenti particolari, pur mantenendo lo stesso modus operandi, con il tempo la qualità di questa abitudine comincerà ad instillarsi essa stessa come una risposta FAP, senza che vi sia uno specifico modello di movimento favorito collegato ad essa. Il cervello poi potrà accoppiarvi il modello di movimento che riterrà più appropriato. Si tratta di un approccio molto diverso dall'insegnamento di nomi e tecniche specifici per situazioni specifiche.
Un vantaggio dell'utilizzo in combattimento dell' “approccio principio” contro l' “approccio tecnico” è che il cervello non si annoia attraverso la ripetizione infinita degli stessi movimenti. Una volta che i principi si sono affermati, si acquisisce una serie illimitata di “risposte principio” a disposizione invece di una serie limitata di tecniche.
Abbiamo formato i nostri corpi in modo che raggiunga le proprie soluzioni, in modo creativo, per ogni situazione, pur sviluppando dei percorsi preferenziali di risposta, dipendenti dalle abilità individuali. È anche molto importante sottolineare che il rilassamento è assolutamente indispensabile per poter lavorare inconsciamente.
Quando è afflitto da tensioni, paure, rabbia, etc, il nostro cervello perde la sua capacità di essere creativo, e di lavorare in multitasking, perdendo anche la capacità di risposta ad una minaccia.