venerdì 23 maggio 2008

Kōyō Gunkan

Takeda Shingen, capo del clan Takeda di cui si narra nel Kōyō Gunkan, in una stampa di Utagawa Kuniyoshi.






Il Kōyō Gunkan (甲陽軍鑑) è un documento riguardante le gesta militari della famiglia Takeda della provincia di Kai, dalla nascita di Takeda Shingen fino alla morte di suo figlio Katsuyori. L'originale consisteva di 20 rotoli, e si ritiene sia stato compilato in gran parte dal vassallo Takeda Kōsaka Danjō Masanobu; fu completato nel 1616 da Obata Kagenori. La famiglia Obata discendeva dal clan Heike, ed Obata Masamori fu uno dei famosi Ventiquattro generali di Takeda Shingen prima di diventare Signore del castello Kaizu di Shin Shu (l'attuale Nagano). Il figlio di Masamori, Obata Kagenori (1570-1644) passò dalla parte dello shogun Tokugawa Hidetada, e sotto il servizio di questi completò il famoso Takeda-ryu Koyo Gunkan-sho, lavoro dal quale vide successivamente la luce l'Heihō Okigi-sho, il libro segreto di strategia dei Takeda. In questo libro che viene anche citato per la prima volta il Bushidō.


Contenuto

Il Kōyō Gunkan contiene le descrizioni ed alcune delle statistiche più dettagliate sulle battaglie durante il periodo Sengoku ancora oggi disponibili, fornendo oltretutto dati precisi sugli esiti di queste. Descrive gli archibugi cinesi utilizzati nella battaglia di Uedahara del 1548, fatto che rese questo campo di battaglia il primo in Giappone nel quale si utilizzarono armi da fuoco. Si narra anche del famoso scontro uno contro uno avvenuto tra Takeda Shingen ed Uesugi Kenshin nella quarta battaglia di Kawanakajima del 1561, in cui Kenshin, dopo aver rotto le linee di Shingen, raggiunse la tenda di comando (honjin) di questi e vi ingaggiò un duello calandogli dieci fendenti con la propria katana. Shingen ricevette 3 colpi sull'armatura e deviò gli altri 7 con il suo gumbai uchiwa il ventaglio da guerra di ferro, cercando di recuperare la spada. Il luogo dello scontro da quella volta viene chiamato mitachi nana tachi no ato, "luogo delle 3 spade e delle 7 spade". Finalmente un guerriero Takeda di nome Hara Osumi-no-kami riuscì ad intervenire, cercando di colpire Kenshin con la sua lancia, ma la lama venne deviata dall'armatura di questi, mentre l'asta finiva sul dorso del suo cavallo, costringendolo a ritirarsi.
In una sezione, la cronaca riporta il dettaglio dell'intero esercito Takeda nel 1573, elencando tutto da paggi e portatori di bandiere a personale di cucina, veterinari per i cavalli e commissari delle finanze. Secondo il documento, i 33 736 membri dell'esercito Takeda includevano 9 121 cavalieri, 18 242 ausiliari di cavalleria, 884 ashigaru dell'hatamoto shoyakunin (truppe personali del daimyō), ed altri 5 489 ashigaru. Il dettaglio dell'esercito fornisce anche un aspetto interessante nelle gerarchie di seguaci e alleati all'interno di tale forza.
Il Heihō Okigi-sho contenuto nell'opera, è generalmente attribuito al generale Yamamoto Kansuke, un altro dei ventiquattro generali di Takeda Shingen e suo braccio destro, ma è altamente probabile che rappresenti un lavoro successivo strutturato grazie al contributo di Obata e che fu attribuito successivamente a Yamamoto per conferirgli maggiore credibilità; indipendentemente dall'autore è considerato uno dei primi trattati di arti marziali in Giappone, nel quale vengono descritte tecniche, tattiche e strategie, e forniti consigli pratici su come maneggiare spada, lancia, arco ed archibugio, con capitoli speciali dedicati alle tattiche di infiltrazione e le diverse forme di ammanettamento dei prigionieri chiamate hojōjutsu.
Alcune sezioni scritte da Kosaka Masanobu esprimono la sua particolare visione del codice di condotta del guerriero, in relazione ai rapporti tra signore e vassallo. La figura di Shingen è vista come quella del signore ideale e contrasta con quella di suo figlio Takeda Katsuyori, la cui mancanza di abilità nel comando ha portato rapidamente il clan verso il declino.



mercoledì 21 maggio 2008

Yumi

Corredo d'arciere del Periodo Edo: arco lungo (daikyū), frecce e faretra (yebira)


Lo yumi () , anche wakyū (和弓), è l'arco in uso presso le antiche popolazioni del Giappone. Caratteristiche tipiche dello yumi sono: (i) dimensioni ragguardevoli (nella variante "lunga", l'arma supera abbondantemente i 2 metri di lunghezza); (ii) forma asimmetrica (la parte superiore rispetto all'impugnatura è più lunga della parte inferiore); e (iii) composizione in lamine di legno.
Le frecce utilizzate (Ya ) sono tradizionalmente ottenute dal bambù.
Lo yumi può essere di due tipologie:
  • daikyū (大弓), lungo, per l'arciere appiedato; e
  • hankyū (半弓), corto, per l'arciere a cavallo.
Per entrambe le tipologie dell'arma esiste una specifica arte marziale: il Kyudo (弓道) per l'arco lungo e lo Yabusame (流鏑馬) per il tiro da cavallo.


Storia

Fatta salva la diffusione in epoca preistorica nelle isole dell'Arcipelago giapponese di tipologie di arco primitive, lo sviluppo nel Sol Levante di una tipologia d'arco precipua data ai primi secoli dell'Era Cristiana. La prima attestazione artistica dell'esistenza dello yumi data infatti al Periodo Yayoi (500 a.C.-300 d.C.). Nel XII secolo l'uso dello yumi divenne un requisito fondamentale per i membri della classe guerriera dei samurai e l'insegnamento venne codificato per tramite della prima scuola nota di kyujutsu per l'uso del , la Henmi-ryū cui fece poi seguito, dopo la Guerra Genpei (1180–1185) la codifica di una scuola specializzata nell'insegnamento del tiro con l'arco in sella, lo yabusame, segnando così il solco di demarcazione tra l'arco lungo daikyū della fanteria e l'arco corto hankyū della cavalleria.


Costruzione




Le parti che compongono lo yumi




Dimensioni


Le dimensioni dello yumi sono parametrate all'altezza dell'arciere.
Altezza
arciere
Lunghezza
Freccia
Lunghezza
Arco
< 150 cm
< 85 cm
Sansun-zume (212 cm)
150–165 cm
85–90 cm
Namisun (221 cm)
165–180 cm
90–100 cm
Nisun-nobi (227 cm)
180–195 cm
100–105 cm
Yonsun-nobi (233 cm)
195–205 cm
105–110 cm
Rokusun-nobi (239 cm)
> 205 cm
> 110 cm
Hassun-nobi (245 cm)



Cultura




L'arco sacro "Hama Yumi", conservato con le frecce "Hama Ya"



L'importanza fondamentale dell'arco nella cultura del Giappone feudale (seconda forse solo a quella della spada) ne ha fatto uno degli strumenti simbolo della civiltà nipponica. Ad oggi, in Giappone esistono tre "Archi Sacri" gelosamente custoditi: Azusa Yumi, Hama Yumi (utilizzato per rituali di purificazione sia buddisti sia scintoisti) e Shigehto Yumi.



lunedì 19 maggio 2008

La nonnina samurai che fa volare i parà della Folgore



Risalendo la Maremma, il Giro offre le più diverse opportunità paesaggistico-culturali. C'è la riserva dell'Uccellina, popolata da tante specie animali. C'è la riserva di Capalbio, popolata dal bestiario della più sciccosa politica romana (periodicamente, qui è possibile assistere al rito dei coniugi Palombelli che si leccano le ferite elettorali). Eppure, nonostante tutte queste occasioni di interessante osservazione naturalistica, preferisco tirare dritto e arrivare fino a Rosignano. C'è una pausa caffè che non mancherei per nessuna ragione al mondo: ad attendermi con sorriso candido di bimba, la nonnina giapponese Keiko Wakabayashy, 76 anni, un metro e mezzo di delicatezza, terrificante macchina da guerra.
Conobbi questa signora d'oriente qualche anno fa, sempre vagando in giro per storie d'Italia, quella volta senza Giro. La sua originalità? Mica niente: alla sua bella età, con i modi cortesi di una donnina innocente, insegnava le arti marziali ai nostri paracadutisti della «Folgore», nella caserma di Livorno. Da non credere. Difatti, faticavo a credere. Ma dopo un lungo racconto, mi dovetti inchinare all'evidenza.
A qualche anno di distanza, mi ripresento per un veloce aggiornamento della vicenda. La signora Keiko, in attesa del cappuccino digestivo dopo pranzo, si fa aiutare dal nipote Noriuki nella traduzione. Racconta che la sua vita non è cambiata: l'attività professionale, soltanto, si è un poco ampliata. «Quando i ragazzi della “Folgore” sono in Italia, vado ancora in caserma. Ma ultimamente le missioni li portano spesso lontano. Allora insegno ai loro ufficiali in una palestra di Cecina. Rispetto agli inizi, non insegno soltanto l'aikido. Ho aggiunto anche lo jujutsu. L'aikido è un'arte puramente difensiva, lo jujutsu è più propriamente di combattimento. Per un soldato, mi sembra molto importante. L'aikido lo insegno anche ai bambini di Rosignano, è più indicato. Sarebbe utile pure alle donne, in questo periodo di aggressioni, perché sfrutta molto l'energia di chi assale: più è potente, più è facile farlo volare. Ma purtroppo le ragazze italiane pensano ancora alla palestra come luogo di cura estetica...».
Discorsi da generale Patton, pronunciate da una gracilissima miniatura umana. Vista così, qualunque borseggiatore potrebbe pensare che depredarla sia un gioco da ragazzi. Ma il tragico abbaglio durerebbe lo spazio fulmineo di un secondo: volando sopra una siepe, l'improvvido borseggiatore capirebbe subito quanto sia importante valutare bene le prede. Nonna Keiko è in grado di lanciare oltre le siepi soldatoni di uno e novanta d'altezza, per centoventi chili di peso. Raccontandomi le sue lezioni, ride di quel tipico riso giapponese che sa di infantile: «Mi piace troppo farli volare. Ma la cosa più importante è che imparino bene. Il loro comandante, il generale Vanini, nel 2001 mi ha chiamata per questo...».
La signora è al servizio dell'esercito italiano da quell'anno. Sul nostro suolo aveva messo piede pochi mesi prima, nel 2000. Fino ad allora, aveva soltanto sognato il nostro Paese. L'aveva sognato per tutta la vita, perché prima d'essere una macchina da guerra era una grande cantante lirica, in Giappone. Dopo aver calcato tutti i più grandi palcoscenici di casa, cullava l'idea di esibirsi nella terra della musica e del canto. Per facilitarsi l'emigrazione, intorno ai trent'anni pensò bene di frequentare un grande maestro di arti marziali, il sommo Ueshiba Kisshomaru. Imparò tutto dell'antica cultura samurai: bastone, spada, mani libere (semplifico per evitare i nomi originali, da capogiro). Ricorda oggi l'allieva di allora: «Sapevo che in Europa le arti marziali hanno un certo credito: pensai che impararle si sarebbe rivelato utile per trovare lavoro». Negli anni Ottanta mandò in avanscoperta la figlia, che scelse di posizionarsi qui, sulla collina di Rosignano, dove alita la brezza di mare. Lei non venne subito per restare vicina all'anziana mamma. Ma quando il Paradiso la chiamò, Keiko partì. Un giorno, in una palestra di Cecina, il generale Vanini la vide all'opera e le chiese una consulenza. Lei chinò il capo dolcemente, con le mani giunte sul petto, e disse sì, vediamo che si può fare.
Da otto anni è maestra di paracadutisti. Soprattutto è una signora felice, che vive la terza età ignorandola completamente. Rispetto alle previsioni di gioventù, meno canto e più lanci di paracadutisti. Ma non ne fa un problema: continua a cantare e a suonare il piano nel silenzio della sua casa, circondata dai suoi gatti, tra una palestra e l'altra. Mi ripete che bel canto e arti marziali si somigliano e si completano, perché richiedono lo stesso controllo, la stessa disciplina, la stessa tecnica di respirazione, fondendosi in una sola armonia. Dico sì, anche se fatico a capire.
A novembre la nonna samurai compirà 77 anni. Per noi, l'età dei giardinetti. Lei, facendosi tastare dorsali e addominali d'acciaio, dichiara relativo il peso del tempo. Salutandola in un nuovo arrivederci, le chiedo se si sia almeno fissata un limite per la pensione. Sempre con lo stesso sorriso di bambina, mi manda amabilmente al diavolo: «Continuerò fino all'ultimo giorno. Far volare paracadutisti è un divertimento che tiene giovani...».