martedì 31 marzo 2015

Le palestre setta



Secondo la tradizione cristiana il mondo, gli animali e l’uomo sono stati creati da Dio. I punti salienti della genesi e delle vicende di interazione tra Dio e gli uomini sono raccolte in un libro chiamato Bibbia.
Altre culture hanno altri libri sacri che narrano vicende diverse e danno nomi diversi alle loro divinità.
Ci sono religioni che parlano di un unico Dio e altre che raccontano di gerarchie fatte da più divinità.
C’è anche chi crede negli alieni, nei rettiliani, negli anunaki, nella luna cava e in altre forme di interazioni tra il divino e l’uomo…
…ma che io sappia non esiste traccia in nessuna sacra scrittura di una specifica arte marziale rivelata agli uomini direttamente da Dio.
Eppure ci sono molti maestri che insegnano le loro arti come se fossero una religione rivelata e all’interno della loro palestra il primo comandamento recita sempre “non avrai altro maestro (shifu, sensei, guro, ecc) all’infuori di me”.



Perché si insegnano ancora le arti marziali?

Le arti marziali rappresentano un grande strumento per migliorare le abilità fisiche e mentali di chi le pratica
Storicamente la maggior parte delle arti marziali sono nate per la difesa personale ma nel tempo molte hanno preferito non adeguarsi alle esigenze moderne per conservare sia la loro filosofia originaria che una certa etica dello scontro.
Altre arti si sono modificate (o sono nate dalle costole di altri stili) per coltivare alcuni aspetti specifici diversi dalla difesa personale come per esempio l’aspetto artistico, sportivo e salutistico.
Inoltre non tutte le persone che decidono di praticare arti marziali lo fanno necessariamente per la difesa personale.
Molte scelgono alcuni stili perché semplicemente sono belli da praticare o perché sono alla ricerca di nuove abilità (fisiche e mentali) o di nuovi punti di vista motori.
Esiste poi l’aspetto agonistico e alcune arti, (a volte chiamate anche sport da combattimento) danno la possibilità di confrontarsi atleticamente contro un altro praticante.
Infine alcuni cercano esclusivamente l’aspetto salutistico o praticano un certo stile perché amano il tipo di cultura che quell’arte promuove.
Sarebbe quindi sciocco banalizzare l’intero fenomeno delle arti marziali cercando di ridurre il tutto ad un mero esercizio di difesa personale.
Riassumendo possiamo dire che le arti marziali nel loro complesso offrono una grande varietà di ragioni per essere praticate ed è molto semplice per chi si avvicina a questo mondo trovare uno o più stili che corrispondano ai propri gusti e alle proprie esigenze.
E’ quindi probabile che chi fa scherma medievale sia mosso da ragioni e preferenze diverse rispetto a chi fa aikido o pugilato ma non è da escludere perfino che esista anche qualche persona a cui piacciano contemporaneamente tutte e tre queste arti.
E allora qual è l’arte migliore?
Similmente ad altri aspetti della vita la risposta non è univoca.
Tutto dipende dagli obiettivi che muovono il praticante.
Potrei farti un esempio con altri sport:
è meglio il calcio, la pallavolo, la pallamano o il basket?
Sono tutti e quattro sport con la palla ma non ne esiste uno migliore in modo oggettivo quanto piuttosto uno che ci può piacere di più o uno che più si adatta ai nostri obiettivi o alle nostre caratteristiche fisiche.
Se mi chiedi lo sport dove potenzialmente si possono fare più soldi la risposta è il calcio ma sono pronto a scommettere che ci sono persone che lo praticano solo per piacere personale, e non perché intendono fare per lavoro il calciatore, così come ci sono atleti professionisti che se ne fregano dei soldi e preferiscono comunque uno degli altri 3.
L’idea del migliore esiste quindi solo a livello soggettivo o confrontando determinati parametri.
La stessa cosa vale anche nelle arti marziali ma non tutti sono abbastanza maturi da ammetterlo così non è raro che di tanto in tanto qualcuno alzi la mano per dire che la sua è l’arte più “migliorissima” di tutte sotto ogni aspetto: sia oggettivo che soggettivo.
Quando questo accade, quest’arte finisce quasi sempre per essere rivenduta agli allievi con gli stessi meccanismi di una religione rivelata.

Le scuole setta

Di solito la nuova religione marziale va abbracciata in via esclusiva ripudiando le altre arti marziali pagane ed eretiche.
Nella mitologia delle scuole setta di solito c’è un profeta marziale (spesso morto) che avendo ricevuto per illuminazione divina la verità sul modo marziale viene venerato come un dio.
Per lignaggio diretto il profeta ha lasciato a un unico erede l’ottavo segreto di Fatima delle arti marziali.
Il nuovo erede, che va venerato solo un filino meno del profeta, è l’unico depositario della verità e per avere accesso alla sua mistica conoscenza occorre giurargli cieca obbedienza.
La vera fede può essere una sola per cui ogni interazione da parte del praticante con altre arti marziali porterà alla scomunica.
Purtroppo potrei continuare oltre col parallelo tra religioni e scuola setta ma credo che se anche hai poca esperienza tu abbia già capito l’antifona per cui senza indugiare oltre è ora di svelare l’elefante nella stanza.
Einstein ha detto:
“Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma riguardo l’universo ho ancora dei dubbi”
ma io suppongo che anche l’ego di certe persone potrebbe tranquillamente avere le stesse potenzialità della stupidità.
E tra le tante ragioni sbagliate per cui le persone si avvicinano alle arti marziali c’è anche una sorta di ipertrofia dell’ego mescolata a un meccanismo deviato di riscatto sociale.
Quando qualcuna di queste persone disturbate trova il modo di diventare insegnante possiamo assistere alla nascita di una nuova scuola setta.
Il maestro della scuola setta, al pari dell’istruttore di Krav Magia (che per magia è diventato istruttore in un fine settimana) è uno dei peggiori pericoli posti sulla strada del praticante.
Di scuole setta ne esistono per ogni arte marziale ma se devo fare la classifica di quelle per cui la gente mi parla di più e mi racconta le storie più assurde ce n’è sicuramente una che le batte tutte ed è la setta di Wing Chun ology.



Attenzione

In questo articolo userò il Wing Chun come agnello sacrificale per tutte le altre scuole setta per cui se fatalità tu sei un praticante di quest’arte e pensi che le mie parole possano offendere la tua sensibilità allora parafrasando “l’Esorcista” ti dico:
Esci da questo blog!!!
…o se proprio vuoi dare un’occhiata al resto dell’articolo valuta l’idea prima di leggerlo di stamparlo e con scolorina e penna sostituire il nome Wing Chun con l’arte che vuoi tu.
Giusto perché qualche talebano non parta per la tangente leggendo queste mie parole ci tengo a precisare che non ho niente contro il Wing Chun e ho degli amici che sono degli ottimi insegnanti di quest’arte ma per qualche ragione che mi sfugge, il Wing Chun (o Wing Tzun così non facciamo torto a nessuno) è anche quella, come dicevo prima, che se devo fare una statistica (basata su ciò che mi scrivono e mi raccontano le persone quando le incontro) vanta il maggior numero di segnalazioni di scuole setta.
Il problema con alcuni insegnanti di Wing Chun parte da lontano e giusto per darti l’idea la parola Wing Chun ology (che deriva dall’accostamentro tra il wing Chun e Scientology) non l’ho inventata io ma già verso la fine degli anni 90 girava nel mondo delle arti marziali perché fin da allora molti Shifu avevano la tendenza, più che a insegnare un’arte marziale, a costruire un mix tra un sistema spilla soldi e un vero e proprio culto ostile verso le altre arti.
A quei tempi molte scuole di Wing Chun erano gestite con un complesso sistema piramidale per cui i costi crescevano di lezione in lezione in modo così esponenziale che dopo qualche anno gli esami arrivavano a costare anche più di un milione di lire.
A tutto ciò vanno ad aggiungersi in certi casi:
  • dimostrazioni di energie mistiche vendute come poteri soprannaturali
  • punizioni e umiliazioni degli allievi che fanno domande scomode
  • sistemi per estorcere soldi ad ogni occasione (come il ragazzo che mi ha raccontato che per fare una domanda al suo Shifu bisognava pagare un extra)
  • e altro ancora
E’ facile quindi capire che tra il sistema mangia soldi e la struttura a setta di alcune scuole di Wing Chun non c’è voluto moto perché alcuni ex praticanti scottati dall’esperienza iniziassero a prendere in giro quest’arte chiamandola Wing Chun ology.
Io qui non voglio assolutamente fare di tutta l’erba un fascio e non intendo dire che tutte le scuole di Wing Chun siano dei corsi setta; esattamente come quando ho svelato i retroscena del Krav Maga non intendevo dire che tutti i corsi con quel nome siano una truffa.
Il mio intento è quello di aiutare le persone non ancora esperte informandole sui potenziali pericoli perché a quanto pare è più facile trovare un corso di Wing Chun Ology e di Krav Magia (dove l’insegante per magia è diventato istruttore in un fine settimana) che non un corso serio di Wing Chun e Krav Maga.



I campanelli di allarme delle scuole in stile Wing Chun ology

Per molte persone il viaggio nelle arti marziali è limitato a una sola disciplina ma non esistono ragioni valide per cui un essere umano nella propria vita non possa sperimentarne con successo più d’una.
Bruce Lee, Dan Inosanto, e altri grandi maestri ne sono la prova…
…ma nel loro piccolo lo sono anche tutti i praticanti di MMA (Mixed Martial Arts) o di sistemi di autodifesa che prevedono al loro interno più di un’arte.
Ovviamente studiare più arti dovrebbe voler dire dedicare sufficienti tempo ed energie ad entrambe per cui se un corso prevede 2 allenamenti e tu ne vuoi saltare uno per fare un’altra arte è ragionevole pensare che stai disperdendo le tue energie e che in questo modo non diventerai bravo in nessuna delle due.
Ma se gli allenamenti non sono in conflitto e hai tempo, energie e denaro per seguire con profitto entrambi i corsi non c’è mai un vero problema.
Per cui quando qualcuno mi scrive per chiedermi consiglio perché il suo Shifu (maestro) gli ha detto che deve fare una scelta: “se fai Wing Chun non puoi fare nessun altra arte marziale” (a volte sostituito da frasi più diplomatiche come: ti sconsiglio, devi fare una scelta, non hai la mia approvazione, mi deluderesti, vuol dire che non hai capito niente, ecc) allora dico sempre a chi mi scrive che ha trovato un vero corso di Wing Chun ology.
A titolo esemplificativo citerò qui una delle tante testimonianze giusto per chiarire la follia di certi maestri:
Un ragazzo poco più che trentenne che praticava da 10 anni Wing Chun iniziò a frequentare delle lezioni private di un’altra arte perché era interessato all’aspetto armato (non presente nella sua scuola di Wing Chun).
Con ingenuità il ragazzo confessò al suo insegnante di aver iniziato quel percorso al che il Shifu gli ha detto: “non puoi fare anche quello stile perché contamineresti quello che ti ho insegnato fino ad ora. Devi scegliere o me o lui.”
Dopo 10 anni di leale frequentazione della scuola il ragazzo ci rimase così male che decise di smettere col Wing Chun e continuare gli allenamenti della nuova arte ma poiché il problema non era il Wing Chun ma l’atteggiamento del Shifu egli continuò ad allenarsi al parco con alcuni dei sui ex-compagni.
Quando il Shifu di Wing Chun lo scoprì vietò a tutti gli studenti della sua scuola di allenarsi con l’allievo esiliato e minacciò di cacciare dalla scuola chi al parco si fosse allenato ancora con l’eretico.
Non credo ci siano tante cose da aggiungere…
Provando a immaginare la delusione di chi si trova ad aver dedicato 10 anni della propria vita (oltre che molti soldi) ad un’arte per poi essere trattato a pesci in faccia solo per aver avuto la curiosità di guardarsi intorno non posso che provare molta tristezza.
Debellare certi modi di ragionare so che è impossibile ma mi piacerebbe sperare che anche grazie alla velocità con cui le informazioni si diffondono in rete (magari grazie anche alla condivisione di questo articolo) in un futuro molto vicino nessun praticante sano di mente finisca più in scuole del genere.
Se sei un principiante usa la testa e drizza le antenne:
se davanti a te trovi persone poco preparate o che millantano strani poteri o che ti vogliono evangelizzare al loro credo marziale: cambia palestra.
Nessuno stile marziale è l’opera di qualche essere illuminato superiore ma ogni arte è il frutto di elaborazioni ed esperienze empiriche di molti uomini che hanno dedicato la loro vita alla ricerca.
Alcuni di questi uomini furono dei grandi personaggi e nella storia delle arti marziali sono esistiti anche molti maestri meritevoli di rispetto e che sono stati delle preziose guide per i loro studenti…
…ma la verità non vive mai in un solo posto e come suggeriva saggiamente anche Bruce Lee (che tra le varie esperienze da ragazzo fece anche un po’ di Wing Chun) il segreto è “usare la via come non via” e “l’assenza di limiti come unico limite”
Che tradotto vuol dire:
per imparare hai bisogno di un percorso (usare la via) perché imparare da soli è impossibile ma per crescere davvero a un certo punto dovrai superare i limiti del percorso stesso per non rimanerci intrappolato.
Se il tuo insegante si rivela più un limite che un acceleratore della tua crescita quando sarai sufficientemente esperto (avrai usato la via) dovrai trattare il percorso non come un dogma ma come una “non via” perché non ci sono limiti a quello che puoi imparare tranne quelli che tu stesso ti imponi.




venerdì 20 marzo 2015

I testimoni di Geova delle arti marziali



Ecco perché spero che il darwinismo faccia presto il suo corso portando all’estinzione i maestri disonesti e i testimoni di Geova delle arti marziali.


È domenica mattina, stai dormendo e non hai nessuna intenzione di alzarti per almeno un’altra ora.
Senti squillare il campanello, con insistenza.
Ti metti un cuscino in testa, cerchi di fare finta di nulla ma il campanello continua a suonare.
In preda alla disperazione ti alzi, apri la porta e in men che non si dica ti trovi a cercare di convincere un Testimone di Geova che della salvezza eterna non te ne frega nulla.
Cosa c’entrano i testimoni di Geova con le arti marziali?
Drammaticamente molto.
Il settore delle arti marziali in Italia è molto compromesso se non addirittura sputtanato, e la colpa di tutto ciò è dovuta soprattutto a due categorie di persone: i maestri disonesti e gli allievi di questi ultimi.
Sono loro i testimoni di Geova delle arti marziali.
Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a un terribile impoverimento nelle arti marziali, dovuto a troppe persone che (in modo tipicamente “italiano”) hanno pensato di poter fare soldi fregando il prossimo e sono riuscite a creare una falsa cultura, discreditando il lavoro di chi si impegna a diffondere la propria arte (di bravi insegnanti e maestri per fortuna ce ne sono ancora parecchi).
Spero che sempre più persone diventino consapevoli e che questa categoria di maestri si possa estinguere in fretta.



Le arti marziali sono un’attività motoria estremamente complessa.

Questo è forse il cardine della faccenda.
Non ci si può improvvisare maestri!
La formazione non è qualcosa su cui scherzare, in particolar modo quando coinvolge la trasmissione di un sapere molto articolato come le arti marziali.
Ti fideresti a farti mettere dei punti di sutura da qualcuno che dice di essere diventato medico grazie a un corso fatto in un fine settimana?
Ovviamente la risposta è NO.
Tuttavia, dal momento che le arti marziali non sono un’attività che le persone sono costrette a fare per vivere, si tende ad essere molto più rilassati e indulgenti nei confronti di qualcuno che cerca di venderci del fumo.
Mi spiego meglio: un insegnante che si improvvisa, che non ha una formazione solida e alle spalle l’esperienza sufficiente per insegnare a qualcuno, ha così poco da trasmettere che si trova costretto a mettere in atto dei veri e propri plagi per continuare ad avere allievi ai quali spillare quattrini.
Questi improvvisati delle arti marziali raccontano balle, convincono la gente di essere gli unici detentori della verità, traumatizzando le persone.
È molto semplice: se qualcuno là fuori ne sa più di te e ha una professionalità maggiore della tua, sei costretto a imbrogliare per tenerti stretti gli allievi, perché sai già che nel momento in cui un allievo entrerà in un’altra palestra tu avrai perso un cliente.
I maestri che si spacciano per profeti sono la rovina di questo settore.
Un bravo maestro di arti marziali dovrebbe lavorare con serietà, specializzandosi in uno specifico settore in modo da mettere la sua esperienza al servizio degli allievi.
Non ci sono scorciatoie, corsi di pochi giorni, segreti rivelati o pillole magiche che ti possano trasformare in maestro in brevissimo tempo – chi sostiene una cosa simile è solo un truffatore.



La cintura del maestro vale meno di quella dell’allievo.

È un dato di fatto: se un insegnante o maestro si rende conto di non avere strumenti per reggere una concorrenza più preparata e strutturata può fare due cose:
a) Farsi un esame di coscienza, rivedere la struttura dei suoi programmi, mettersi in discussione e migliorare
b) Barricarsi dietro a ogni sorta di titoli astrusi, titoli e riconoscimenti sconosciuti, convincendo i suoi allievi di essere il detentore dell’unica verità
Eccoci al secondo punto fondamentale: un maestro insicuro (nel migliore dei casi) o disonesto ha paura che i propri allievi facciano esperienze in altre palestre o contesti.
La soluzione?
Trasformare la propria scuola in una specie di setta.
Io non so davvero come questo riesca ad accadere, ma gli allievi sfornati da tali maestri si riconoscono subito: sono degli invasati (e parlo di fanatismo, non di entusiasmo) che non fanno che rompere le scatole a tutti gli amici per convincerli ad andare in palestra con loro.



Sono il corrispettivo dei testimoni di Geova applicati alle arti marziali.
Vi propongo un esperimento.
Provate a chiedere tra i vostri conoscenti in quanti hanno provato a fare una qualche arte marziale.
Scoprirete che sono tanti, e che la maggior parte di loro è rimasta delusa dall’esperienza.
Troverete sicuramente alcuni praticanti seri e appassionati. E troverete anche loro, gli apostoli delle arti marziali.
Premetto che di solito al di fuori della palestra io non parlo quasi mai di arti marziali e ho una vita sociale indipendente dal mio lavoro: dal momento che il mio settore è molto sputtanato preferisco parlarne il meno possibile con chi non mi chiede espressamente informazioni in merito.
Tuttavia, parlando con persone appena conosciute, a volte capita che casualmente scoprano che lavoro faccio.
Ciò che succede poi è talmente prevedibile che se ci si potessero fare dei soldi scommettendo, ora sarei ricco.
Quasi tutti mi dicono: “anch’io ho fatto arti marziali. Ho fatto un paio di mesi o ho preso la cintura gialla nell’arte X ma non mi sono trovato bene.”
I pochi che ancora praticano nella migliore delle ipotesi hanno avuto un’esperienza secondo loro positiva o, molto più probabile, mi tirano una pippa di mezz’ora su come l’arte che fanno loro è la migliore nell’universo e il loro sensei, sifu, guro, arjan, gran maestro sia l’ultimo depositario del vero 3° segreto di Fatima.
Partono in quinta senza prendersi la briga di capire quanto davvero io ne sappia, e comincia di solito la loro opera di evangelizzazione in cui cercano di convincermi a mollare tutto per seguire il loro maestro.
Quando sono più fortunato si limitano a guardarmi con disprezzo come se improvvisamente fossi diventato un eretico dato che non pratico la loro religione-marziale.
Questi sono i testimoni di Geova delle arti marziali. Rompono i coglioni al prossimo per tirarli dentro alla loro setta.
  • Se fai arti marziali e ti piace, pratica e non evangelizzare il prossimo.
E’ un po’ come i vegani: non ho nulla contro di loro, ma di solito chi fa questa dieta rompe le scatole agli altri per cercare di convincerli a diventare come loro.
La differenza sta nella proposta dell’informazione: se sono io a chiederti informazioni sul perché non dovrei mangiare il pesce, fai benissimo a spiegarmelo utilizzando tutte le tue conoscenze.
Se sto mangiando del salmone e non ti ho chiesto niente però, fammi il favore di lasciarmi mangiare in pace e non rovinarmi la cena.
Credo che il cambiamento vero possa avvenire solo tramite la buona volontà e il buon esempio, facendo il proprio lavoro al meglio.
Mistificare, fare false promesse, stressare il prossimo per convincerlo forzosamente delle tue idee non è cambiamento, è truffa.
Prendi questo blog: non costringo nessuno a leggerlo. Se mi incontri per strada non cerco certo di convincerti a leggerlo o te ne recito delle parti a memoria.
Se lo stai leggendo è perché probabilmente ti interessa, altrimenti avresti abbandonato al massimo due righe sotto al titolo.
Il concetto è molto semplice, e si basa sulla professionalità, quella vera e che dovrebbe essere presente in ogni lavoro, dal più semplice al più complesso: un bravo insegnante non si dovrebbe mai spacciare per profeta.
Non si riempie la bocca di titoli e non mette i propri allievi in condizione di fare proselitismo.
In palestra i miei allievi sanno perfettamente il mio valore indipendentemente da qualsiasi titolo.
Tollero a malapena di essere chiamato maestro durante le lezioni, ma di sicuro non accetto che in spogliatoio o fuori dalla palestra mi chiamino con qualche titolo.
È una questione di rispetto nei confronti del prossimo: i miei allievi sono disciplinati e raggiungono gli obiettivi senza bisogno di umiliarsi rivolgendosi a me come se fossi superiore a loro.
  • Chi possiede autorevolezza non ha bisogno di imporre la propria autorità.
Non solo: penso sia dovere di ogni insegnante promuovere l’intera categoria, e incoraggiare i propri allievi a raccogliere nuove esperienze formative.
Quando ho conosciuto maestri molto qualificati, li ho invitati a insegnare nella mia palestra.
  • Sono sempre felice di conoscere e accogliere grandi esperti di arti marziali.
Per concludere, chi insegna male o truffa le persone può avere anche un piccolo guadagno personale, ma di fatto crea un grave danno all’intera categoria di marzialisti e maestri che si sono sempre impegnati per diffondere le loro arti.
Se tutti coloro che si iscrivono a un corso riuscissero a fare un’esperienza costruttiva e venisse insegnata la qualità della formazione di valore, non ci sarebbero più scuole sette, rivalità né difficoltà a diffondere la conoscenza e le esperienze valide.
Il concetto è molto semplice: chi riceve una corretta formazione sarà in grado di dare lustro all’intera categoria.
Chi compra abitualmente formazione di qualità e non viene traumatizzato da cattive esperienze continuerà a comprare e fornirà una buona immagine del settore a chi si rivolgerà a lui per avere informazioni.
Al contrario chiunque venga truffato (esplicitamente o meno) e si trova di fronte ad esperienze negative, poco formative o prive di risultati concreti sicuramente smetterà di praticare arti marziali e diffonderà una cattiva immagine del settore.

Perché tutto questo discorso?

Perché la professionalità e la formazione sono aspetti importanti, imprescindibili per chi desidera diffondere la conoscenza.
Si può essere dei grandi marzialisti, ma non avere la minima idea di come si imposta una didattica o di come si trasmette il sapere.
L’insegnamento è una disciplina a sé stante, complessa ed entusiasmante, che fa la differenza tra un allievo insoddisfatto e uno realizzato.
Per questo sto portando avanti un progetto che punti a realizzare un corso professionale di formazione per insegnanti, che dia la possibilità di certificare l’onestà e la solidità della didattica in primis.
Per portare a compimento il progetto occorreranno anni ma vorrei che questo fosse il mio contributo per aiutare il settore a crescere a livello professionale e qualitativo, per estinguere situazioni incresciose di incompetenza e truffa ai danni del pubblico e di chi si rivolge al mondo delle arti marziali.



“oggi sii umile, sorridi e allenati perché presto sarà già domani”

domenica 15 marzo 2015

Come pubblicizzare un scuola di arti marziali



In un periodo di crisi economica come quella che sta vivendo oggi l’Italia, ognuno cerca di portare avanti la propria attività in tutti i modi possibili e resistere alla concorrenza che c’è sul mercato. Anche le attività sportive vengono aperte in numero sempre più crescente nelle città. Tutti hanno compreso quanto sia importante infatti, praticare attività sportiva per contrastare la vita sedentaria causata dalle ore trascorse a seduti dietro un banco di scuola per i bambini o intere giornate ad una scrivania per gli adulti. Ottimo sistema per scaricare la tensione e mettere in movimento i nostri muscoli atrofizzati da giorni passati seduti, è sicuramente quello di praticare uno sport. Interessante sicuramente una scuola di arti marziali, sempre più di moda per la difesa personale, per quanto riguarda gli adulti e consigliata ai i bambini per la disciplina che essa insegna. Come vengono pubblicizzate le scuole o palestre di arti marziali delle varie città?
Sicuramente il sistema più usato è quello del passa parola, ci fidiamo sicuramente di un amico o un parente che ci consiglia una scuola di arti marziali perché la frequenta e si trova bene. Un’altro sistema che prende sempre più campo, è quello del marketing telefonico, capita sempre più facilmente di ricevere telefonate da palestre della nostra città che propongono giorni di prova in una determinata palestra della nostra città, prova che include tutte le discipline presenti nella scuola. Sicuramente questo è un sistema che invoglia a conoscere l’attività che si offre di mettere a disposizione le sue sale ed attività gratuitamente normalmente, mai per meno di una settimana. Ancora un sistema per pubblicizzare una scuola di arti marziali, è quello di inserire specifici annunci nelle bacheche online di inserzioni della propria città. Molti giornali locali, oltre ad avere una pagina cartacea dedicata agli annunci pubblicitari, hanno anche una sezione su internet, dove è possibile inserire annunci gratuitamente. Oggi tutti navigano sul web e se il mercatino online è ben indicizzato e si sono usate le parole giuste nell’inserzione, sarà facilissimo trovare l’annuncio attraverso qualunque motore di ricerca. Se la scuola di arti marziali ha dei corsi per bambini, un’idea potrebbe essere quella di chiedere autorizzazione ai vari direttori scolastici per poter lasciare del materiale informativo o dei volantini che avremo stampato. Non date i volantini fuori dalla scuola direttamente ai bambini, eccitati e stanchi dopo una giornata di studi, getteranno via il foglio o lo depositeranno sul sedile della macchina di mamma e papà. Mi capita spesso di vedere volantini pubblicitari di palestre all’interno dei piccoli supermercati di quartiere, poggiati vicino alle buste per la spesa, questo fa si che vengano notati da chiunque si accinga a prenderne una. Personalmente prendo sempre questi volantini e li leggo e vedo che lo fanno in molti, tra tutti quelli esposti, si può trovare qualcosa che ci interessa. Io frequento una palestra che ha anche le arti marziali e sono venuto a conoscenza delle sue offerte tramite un volantino che ho trovato poggiato sui tavoli all’interno di un pub.

mercoledì 11 marzo 2015

Siming Neijiaquan


Siming Neijiaquan (四明内家拳, pugilato della famiglia interna di Siming) è uno stile interno di arti marziali cinesi. È chiamato anche semplicemente Neijiaquan ed a livello popolare è anche conosciuto come Etoujingquan (鹅头颈拳, pugilato del collo dell'anatra).
Il Siming Neijiaquan si fa risalire alle svariate esperienze di Famiglia Interna che hanno caratterizzato il Wushu della provincia di Zhejiang a partire dall'epoca della dinastia Ming: Huang Zongxi (黄宗羲, 1610-1695) a cui Zhang Sanfeng, secondo il Wang Zhengnan muzhiming, avrebbe trasmesso il Neijiaquan; Zhang Songxi (张松溪); Ye Jimei (叶继美); Wang Zhengnan (王征南); ecc. In particolare nell'area del Simingshan, nell'ovest della provincia di Zhejiang, il Neijiaquan è stato trasmesso da Zhang Songxi fino a Huang Baijia (黄百家) ed in seguito è caduto nell'oblio. I praticanti di Taijiquan, di Xingyiquan e di Baguazhang, riesumarono il nome di questa scuola, per definire l'unione di principi, quindi esso venne ad essere una categoria di Wushu e perciò quello che era il Neijiaquan venne rinominato per precisione Siming Neijiaquan. Nel 2004 un nipote di Xia Mingtu e di dodicesima generazione nella discendenza di Zhang Songxi, Xia Baofeng (夏宝峰), è diventato presidente del ramo dell'Associazione di Wushu di Ningbo (宁波) che si occupa del Siming Neijiaquan.
Questo è un elenco di contenuti del Neijiaquan redatto dal maestro Xia Mingtu (夏明土): Qishier jiayi de bianfa (七十二加一的变法); Sanshijiu dafa (三十九打法); Ershisi jiayi de zhengce (二十四加一的正侧); Xiao jiu tian (小九天, che sono 18 metodi Yin Yang); Shier cheng yi (十二成一, che sono 13 lavori sul cinabro); Guanqi jue (贯气诀, formule propiziatorie); Wen shi duan (文十段); Wu shi duan (武十段); Shier duan jin (十二段锦, dodici pezzi di broccato); inoltre l'arte della grande spada (changjian 长剑) e conoscenze di traumatologia.
Simingpai Wushu (四明派武术, Arte marziale della scuola Siming) è una scuola fondata dal maestro Wang Bo (汪波) sulle radici dell'insegnamento del bonzo Huiliang (慧良婵师 Huiliang Chanshi) del Simingshan (四明山), nella provincia di Zhejiang. Raccoglierebbe l'eredità delle arti marziali e degli esercizi per la salute del Simingshan (四明山), ma anche del Songxi Neijiaquan (松溪内家拳) attribuita al maestro Zhang Songxi (张松溪) e Fojiaquan. Inoltre sintetizza altre conoscenze di Wang Bo: Yangshi Taijiquan appreso dal maestro Tian Zhaolin (田兆麟); Chenshi Taijiquan appreso da Chen Fake (陈发科); Quanyou Laojia; Baguazhang appreso da Jiang Rongqiao (姜容樵); Wudangjian; ecc. Questa pratica cerca l'equilibrio tra Wu (tecnica marziale) e Wen (dimensione spirituale legata alla quiete ed alla longevità).



martedì 10 marzo 2015

Wang Zhengnan muzhiming



Il Wang Zhengnan muzhiming (王征南墓志铭, L'epitaffio di Wang Zhengnan) è un importante documento delle arti marziali cinesi. È lo scritto che si trova sulla stele della tomba del maestro Wang Zhengnan, realizzato nel 1669, per opera di Huang Zongxi (黄宗羲). È il testo più antico dove appaiono menzionati Zhang Sanfeng (张三峰) ed il Neijiaquan. Sempre in questo testo a Zhang sarebbe attribuita la fondazione di questo stile. Secondo questo epitaffio durante la dinastia Song, Zhang Sanfeng, ricevette in sogno l'insegnamento di Zhenwu (真武, divinità a cui è consacrato il Wudangshan) che gli rivelò i segreti dell'arte del combattimento. Al suo risveglio l'eremita lasciò il suo ritiro per presentarsi alla corte dell'imperatore Huizong. Intanto Zhang, cammino facendo, aveva decimato centinaia di briganti che infestavano la regione. L'Epitaffio precisa che l'arte marziale di Zhang, passò in seguito nella provincia dello Shaanxi dove egli reclutò un certo Wang Zong, poi a Chen Zoutong di Wenzhou nello Zhejiang. Questa arte conosciuta come Neijiaquan si impiantò quindi nella regione del Simingshan con il maestro Zhang Songxi. Del maestro Wang Zhengnan, il suo epitaffio, ricorda che seguì l'insegnamento di Dan Henchen, dopo aver faticato lungamente per divenirne discepolo. Siccome Dan non voleva rivelargli i segreti della sua arte, Wang lo spiava, perciò quando il maestro si ammalò gravemente egli si trovò ad essere l'unico discepolo al suo capezzale ed in ricompensa ricevette tutti i segreti del Neijiaquan. In seguito combatté nell'esercito Ming contro i Mancesi. Quando la sconfitta della dinastia Ming fu totale, Wang si ritirò a Ningbo vivendo nell’anonimato e rifiutando di mangiare carne finché il suo paese fosse stato occupato.

lunedì 9 marzo 2015

Daodejing

Laozi, il filosofo cinese autore presunto dell'opera


Il Daodejing (道德經, 道德经, Pinyin: Dàodéjīng, Wade-Giles: Tao Te Ching «Libro della Via e della Virtù») è un testo cinese di prosa talvolta rimata, la cui composizione risale a un periodo compreso tra il IV e il III secolo a.C.
Il libro è di difficile interpretazione. A ciò si aggiunge il sospetto che le tavolette dalle quali era composto, mal rilegate, si slegassero frequentemente, in modo tale che blocchi di caratteri si mescolassero nel tramandarlo: da qui il sorgere di numerose questioni critiche e interpretative. Il testo permette di affrontare diversi piani di lettura e d'interpretazione.
L'opera è stata composta in una fase storica non ben delineata. Per secoli gli studiosi l'hanno attribuita al saggio Laozi (老子, pinyin: lǎozi), ma, in primo luogo, non vi è attestazione storica dell'esistenza dell'uomo, nemmeno lo storico cinese Sima Qian si dice certo del personaggio, inoltre il testo ha subito numerosi rimaneggiamenti sino al primo periodo Han (206 a.C.-220 d.C.). Tuttavia, l'esistenza del testo non è attestata prima del 250 a.C..
Il periodo tra il 403 a.C. ed il 256 a.C., chiamato degli Stati combattenti, fu un'epoca durante la quale i vari sovrani cinesi si dichiaravano guerra continuamente. Età violenta ma che, nonostante ciò, risultò essere l'apice della creatività del pensiero cinese. La tradizione racconta che Lao Zi decise di allontanarsi dalla corte Zhou perché, stanco delle lotte e del disordine, desiderava tranquillità. Partì con il suo bufalo ed arrivò al confine del suo stato dove venne fermato dal guardiano del valico, chiamato anche Yin del valico (关尹, pinyin: Guān Yǐn). Il guardiano riconobbe Lao Zi e gli disse che non poteva andarsene prima di aver lasciato un segno tangibile della sua saggezza. Fu in questa occasione che Lao Zi compose il Tao Te Ching. Finito di scrivere, Lao Zi se ne andò e di lui non si seppe più niente.
Il Daodejing è un testo relativamente breve, che consta di 5.000 caratteri: per questo motivo è noto anche come 五千文 (wù qian wen) o "[Classico] dei cinquemila caratteri". Il testo è suddiviso in ottantuno capitoli o "stanze" di lunghezza diversa, all'interno dei quali si ritrovano numerosi passaggi in rima, costituiti da veri e propri versi ritmati.
Il testo tratta argomenti molto eterogenei nelle diverse stanze: si tratta molto spesso di aforismi, massime e precetti che vengono proposti in un linguaggio in cui abbondano metafore e termini di significato ambiguo, spesso di difficile traduzione. Per questo motivo sono possibili diverse interpretazioni degli stessi passaggi.
Per le sue caratteristiche compositive il Daodejing si differenzia da altri importanti testi filosofici cinesi, quali i Dialoghi, in cui la stragrande maggioranza degli aneddoti riportano veri e propri frammenti di dialogo tra il maestro e i suoi discepoli, o il Zhuangzi, l'altro grande testo della tradizione taoista che invece è strutturato in veri e propri capitoli narrativi.
L'eterogeneità del contenuto non offre coordinate spazio-temporali o riferimenti specifici, rendendone difficile la datazione e la collocazione geografica: ciò, assieme al linguaggio usato, permette un'ampia varietà di interpretazioni del testo i cui insegnamenti sono stati applicati alle tematiche più disparate.
Il primo capitolo del Daodejing si apre con la seguente affermazione: "Il tao che può essere detto non è l'eterno tao". Una delle interpretazioni di questa frase, alla luce di altri passaggi del testo che ritornano su questo argomento, è che vi sia una dimensione dicibile del tao che però non arriva a sfiorare la vera natura di esso, che per definizione sfugge a qualunque tentativo di "presa" mediante il discorso e il linguaggio.
Circa il significato del titolo:
  • Dào/Tao letteralmente ha il significato di "via".
  • Dé/Te traducibile con "virtù".
  • Jīng/Ching qui usato nei significati di canone o "grande libro" o "classico"
Il titolo dell'opera si può tradurre come "il classico della Via e della virtù".
Nel secondo capitolo si afferma che il tao è al di là degli opposti, un'essenza che la dualità non comprende. Gli opposti (per es. il bene e il male) servono solamente per orientarsi, ma qualunque saggio sa che non esistono. Lo yin e lo yang (prodotti del tao) non esistono puri ma sono sempre in reciproca proporzione e il loro intreccio dà vita alle "10.000 cose" (tutte le cose) che non sono altro che un'interazione fra opposti.
Infatti il tao è "uno stile di vita, la via maestra che si riflette sia nel macrocosmo (l'organizzazione perfetta dell'universo) che nel microcosmo (lo stile di vita di ognuno di noi, l'arte di compiere ogni attività)".
Nel capitolo 11 Laozi parla di un vaso e dice che la sua utilità non sta nell'argilla usata per produrlo, bensì nel vuoto che può essere riempito. Questa constatazione ci fa entrare nell'ottica del wu (, cinese semplificato: ), da intendersi come nothing, nessuna cosa, quel vuoto che non è mancanza ma è il nulla, potenziale matrice di ogni cosa. In questa visione è più importante ciò che non è detto, ciò che si legge fra le righe, ciò che non si sente. È in quest'ottica che si comprende la brevità del Tao Te Ching.

domenica 8 marzo 2015

Hagakure



Hagakure è una delle opere letterarie più significative tramandateci dal Giappone, pubblicata nel 1906 ma composta due secoli prima. Il titolo Hagakure significa letteralmente "nascosto dalle foglie" (oppure "all'ombra delle foglie"; il titolo completo era Hagakure kikigaki, "annotazioni su cose udite all'ombra delle foglie") e l'opera trasmette l'antica saggezza dei samurai sotto forma di brevi aforismi dai quali emerge lo spirito del Bushidō (la Via del guerriero) con la differenza di rivolgersi al Samurai solitario (rōnin) che può venire a trovarsi, per una serie di vicissitudini che non dipendono dalla sua volontà, senza un Signore da servire.
L'autore Yamamoto Tsunetomo fu al servizio del daimyo Nabeshima Mitsushige (1632-1700) del feudo di Saga in un'epoca di pace e di inizio della decadenza dei samurai. Quando il daimyo morì, Yamamoto divenne monaco buddhista della setta "Soto Zen" e si ritirò in monastero dove compose, in circa sette anni, aiutato dall'allievo Tashiro Tsuramoto, lo Hagakure, l'opera sullo spirito e il codice di condotta del samurai.
Tsunemoto espresse il fermo desiderio al discepolo che il libro non venisse pubblicato ma dato alle fiamme, tuttavia il giovane Tsuramoto decise di renderlo pubblico ai samurai di Saiga con il nome di "Nabeshima Rongo" (i dialoghi di Nabeshima). Il Libro fu adottato per secoli come codice dei Samurai e vide la stampa solo nel 1906 con il titolo "Hagakure". Dopo la pubblicazione, che da subito destò molto interesse, il testo subì la strumentalizzazione del militarismo giapponese della prima metà del XX secolo al punto che i Kamikaze portavano con sé questo testo come ultimo compagno di morte.
Il tema principale del testo è la morte, non come semplice estinzione della vita, piuttosto nel senso psicologico dell'eliminazione dell'io. Lo Hagakure fu considerato un libro fondamentale e profondamente ispirante da Yukio Mishima. Egli, nell'estate del 1967, cioè tre anni prima del suo clamoroso seppuku, scrisse un commento ai primi tre volumi dell'opera. Questo libro, edito in Italia col titolo: La via del samurai, Bompiani 1987 costituì, oltre che un interessante approfondimento sull'opera, un vero e proprio testamento spirituale di Mishima.
Hagakure è una raccolta di principi morali ma anche di consigli pratici, norme comportamentali, notizie storiche ed episodi esemplari di valore. Alcuni sono di natura assai spicciola (Come reprimere uno sbadiglio o Come licenziare un servo) e di semplice etichetta, altri invece costituiscono il nucleo del Bushidō cioè di quell'insieme di principi che costituì per secoli l'etica di tutto il popolo giapponese.
Il libro che in originale consta di 11 volumi non è mai stato tradotto integralmente in lingua italiana, a causa del fatto che molte delle sue parti si riferiscono così specificamente alla cultura giapponese da risultare ostiche alla lettura da parte di un pubblico italiano: sono perciò state operate delle scelte da parte dei curatori delle varie edizioni.

sabato 7 marzo 2015

Chūshingura

Le tombe dei quarantasette rōnin nel tempio Sengakuji

Chūshingura (忠臣蔵) è un'opera teatrale giapponese.
Il Kanadehon chūshingura, o più semplicemente Chūshingura, è forse l'opera teatrale giapponese più nota di tutti i tempi. Fu scritta da Takeda Izumo e rappresentata per la prima volta nel 1748 a Osaka al teatro Takemotoza. Essa descrive le eroiche gesta dei quarantasette rōnin: un gruppo di samurai che vendicarono la morte del loro signore Asano Naganori, costretto al seppuku (suicidio rituale) in seguito ad un duello avvenuto all'interno del palazzo dello shogun.
In realtà Asano aveva reagito alle ripetute provocazioni di un funzionario dello shogun: Kira Yoshinaka, il quale lo aveva ripetutamente offeso. In seguito alla morte di Asano, i suoi beni furono confiscati e la sua famiglia finì in rovina. I suoi samurai persero anch'essi il loro status diventando appunto rōnin.
Trascorso un lasso di tempo sufficiente a far allentare la protezione su Kira, i samurai di Asano lo assalirono e uccisero. Rifugiatisi successivamente nel tempio Sengakuji si suicidarono tutti compiendo il rituale seppuku come estrema dimostrazione di fedeltà al loro signore.
Poco dopo i fatti, avvenuti dal 1701 al 1702, l'attacco al palazzo di Kira, in Edo, avvenne infatti il 15 dicembre del 1702, cominciarono a circolare lavori teatrali che narravano la vicenda. Il teatro all'epoca era anche un mezzo di comunicazione di eventi, solitamente drammatici.
Quando andò in scena il Chushingura di Takeda, erano trascorsi quasi cinquant'anni dagli eventi e ormai i protagonisti erano divenuti eroi popolari leggendari. L'opera che fu rappresentata in origine come joruri (con marionette) fu riproposta nel 1749 come kabuki, genere teatrale che all'epoca costituiva lo spettacolo favorito delle classi medio-borghesi.
Tuttora il dramma è rappresentato e la vicenda commuove profondamente, i quarantasette eroi sono considerati i più puri interpreti del bushidō, l'insieme dei principi morali e comportamentali dei samurai, che sono divenuti col tempo patrimonio etico dell'intero popolo giapponese. Poiché la parola rōnin ha, nel linguaggio comune, una valenza spregiativa, i protagonisti della vicenda sono designati come "Quarantasette gishi (uomini retti)".





venerdì 6 marzo 2015

Seppuku

Il generale Akashi Gidayu si prepara al seppuku dopo aver perso una battaglia nel 1582. Ha scritto il suo ultimo poema, visibile nel dipinto.

Seppuku (切腹) è un termine giapponese che indica un rituale per il suicidio in uso tra i samurai.
In Occidente viene usata più spesso la parola harakiri (腹切り). La motivazione di questa apparente discrepanza tra l'uso di seppuku e harakiri è chiarita qui di seguito.
Il seppuku è anche conosciuto come harakiri (腹切り, "taglio del ventre") ed è scritto con lo stesso kanji di seppuku, ma in ordine inverso con un okurigana. In giapponese il termine più formale seppuku, una lettura cinese on'yomi, è usato di solito nella lingua scritta, mentre harakiri, una lettura kun'yomi, è utilizzato nella lingua parlata. Ross nota che:

«Di norma, si considera "hara-kiri" come un termine di uso volgare, ma si tratta di un malinteso. Hara-kiri è la lettura giapponese Kun-yomi dei caratteri; poiché divenne uso comune preferire la lettura cinese negli annunci ufficiali, negli scritti si impose l'uso del termine seppuku. Quindi, hara-kiri è un termine del registro parlato, mentre seppuku è un termine del registro scritto per indicare lo stesso atto.»
(Christopher Ross, Mishima's Sword, p.68)



La pratica di fare seppuku alla morte del proprio signore, nota come oibara (追腹 o 追い腹, il kun'yomi o lettura giapponese) o tsuifuku (追腹, lo on'yomi o lettura cinese), segue un rituale simile.
Il seppuku veniva eseguito, secondo un rituale rigidamente codificato, come espiazione di una colpa commessa o come mezzo per sfuggire ad una morte disonorevole per mano dei nemici. Un elemento fondamentale per la comprensione di questo rituale è il seguente: si riteneva che il ventre fosse la sede dell'anima, e pertanto il significato simbolico era quello di mostrare agli astanti la propria anima priva di colpe in tutta la sua purezza.
Il primo atto di seppuku di cui si abbia traccia fu compiuto da Minamoto no Yorimasa durante la battaglia di Uji nel 1180.
Alcune volte praticato volontariamente per svariati motivi, durante il periodo Edo (1603 – 1867) divenne una condanna a morte che non comportava disonore. Infatti il condannato, vista la sua posizione nella casta militare, non veniva giustiziato ma invitato o costretto a togliersi da solo la vita praticandosi con un pugnale una ferita profonda all'addome di una gravità tale da provocarne la morte.
Il taglio doveva essere eseguito da sinistra verso destra e poi verso l'alto. La posizione doveva essere quella classica giapponese detta seiza cioè in ginocchio con le punte dei piedi rivolte all'indietro; ciò aveva anche la funzione d'impedire che il corpo cadesse all'indietro, infatti il guerriero doveva morire sempre cadendo onorevolmente in avanti. Per preservare ancora di più l'onore del samurai, un fidato compagno, chiamato kaishakunin, previa promessa all'amico, decapitava il samurai appena egli si era inferto la ferita all'addome, per fare in modo che il dolore non gli sfigurasse il volto.
La decapitazione (kaishaku) richiedeva eccezionale abilità e infatti il kaishakunin era l'amico più abile nel maneggio della spada. Un errore derivante da poca abilità o emozione avrebbe infatti causato notevoli ulteriori sofferenze.
Il più noto caso di seppuku collettivo è quello dei "Quarantasette Rōnin", celebrato nel dramma Chushingura, mentre il più recente è quello dello scrittore Yukio Mishima avvenuto nel 1970. In quest'ultimo caso il kaishakunin Masakatsu Morita, in preda all'emozione, sbagliò ripetutamente il colpo di grazia. Intervenne quindi Hiroyasu Koga che decapitò lo scrittore.
Una delle descrizioni più accurate di un seppuku è quella contenuta nel libro Tales of old Japan (1871) di Algernon Bertram Mitford, ripresa in seguito da Inazo Nitobe nel suo libro Bushidō, l'anima del Giappone (1899). Mitford fu testimone oculare del seppuku eseguito da Taki Zenzaburo, un samurai che, nel febbraio 1868, aveva dato l'ordine di sparare sugli stranieri a Kobe e, assuntasi la completa responsabilità del fatto, si era dato la morte con l'antico rituale. La testimonianza è di particolare interesse proprio perché resa da un occidentale che descrive una cerimonia, così lontana dalla sua cultura, con grande realismo.
Anche all'interno di un libro di Mishima, Cavalli in fuga, sono contenute numerose descrizioni di seppuku compiute da alcuni samurai che tentano una insurrezione per restaurare l'ordine tradizionale in Giappone e reintegrare nella pienezza del proprio potere l'Imperatore.


Coltello tantō, preparato per il seppuku.



Nel 1889, con la costituzione Meiji, venne abolito come forma di punizione. Un caso celebre fu quello dell'anziano ex-daimyō Nogi Maresuke che si suicidò nel 1912 alla notizia della morte dell'imperatore. Casi di seppuku si ebbero al termine della seconda guerra mondiale tra quegli ufficiali, spesso provenienti dalla casta dei samurai, che non accettarono la resa del Giappone.
Con il nome di Jigai, il seppuku era previsto, nella tradizione della casta dei samurai, anche per le donne; in questo caso il taglio non avveniva al ventre bensì alla gola dopo essersi legate i piedi per non assumere posizioni scomposte durante l'agonia. Anche di ciò è presente una descrizione nel citato libro di Mishima, Cavalli in fuga.
L'arma usata poteva essere il tantō (coltello), anche se più spesso, soprattutto sul campo di battaglia, la scelta ricadeva sul wakizashi, detto anche guardiano dell'onore, la seconda lama (più corta) che era portata di diritto dai soli samurai.
















giovedì 5 marzo 2015

Shōgun

Shogun (将軍 shōgun, lett. "comandante dell'esercito") era un titolo ereditario conferito ai dittatori militari che governarono il Giappone tra il 1192 ed il 1868. Tale incarico fu rivestito da 41 shōgun. Il titolo, che era equivalente al grado di generale ed era riservato alla carica più alta delle forze armate del paese, è un'abbreviazione del titolo conferito ai primi generali che si distinsero particolarmente nelle guerre giapponesi: sei-i taishōgun (征夷大将軍 sei-i taishōgun, lett. "grande generale dell'esercito che sottomette i barbari").
L'Imperatore del Giappone concedeva il titolo di sei-i taishōgun a quelli che erano reputati i migliori tra i comandanti delle spedizioni militari avvenute tra l'VIII ed il XII secolo. Di questi, i primi furono nominati nel periodo in cui i clan di corte avevano di fatto esautorato politicamente l'Imperatore (riconducibile a quando fu spostata la capitale da Nara a Heian, l'odierna Kyoto), ed erano dei generali 'formalmente' sottomessi al potere del sovrano:
  • Ōtomo no Otomaro (793-794)
  • Sakanoue no Tamuramaro (797-811)
  • Fun'ya no Watamaro (813)
  • Fujiwara no Tadabumi (940)
  • Minamoto no Yoshinaka (1184)
Verso la fine del XII secolo, si acuirono le lotte tra i maggiori clan che da diversi secoli influivano sulla nomina degli Imperatori. Fra tali clan, i più importanti di quel periodo erano quelli dei Taira, dei Fujiwara, dei Minamoto e degli Hojo.


Minamoto no Yoritomo, fondatore dello shogunato Kamakura

Dagli intrighi di corte e dalla guerra Genpei che ne seguì, emerse vincitore Minamoto no Yoritomo, uno dei capi del clan Minamoto, che per ottenere lo scopo strinse alleanza con i capi del clan Hojo. Dalla sua fortezza, costruita nel feudo di Kamakura, organizzò un potente esercito che distrusse le armate dei Taira nella battaglia di Dan-no-ura del 1185, divenendo il dominatore della politica giapponese.
Yoritomo ristrutturò il sistema amministrativo del paese ed ottenne, nel 1192, il titolo di shōgun dall'Imperatore Go-Toba. Dato l'enorme potere che aveva accumulato, divenne il dittatore militare del paese annullando il potere politico dell'Imperatore e dei clan rivali, ed impose l'ereditarietà del titolo creando lo shogunato (幕府 bakufu) Kamamura. Il potere politico dell'Imperatore, salvo rari casi, sarebbe tornato in vigore solo nel XIX secolo, con la caduta dell'ultimo shōgun.
Gli shōgun che succedettero a Yoritomo furono tutti membri del clan Minamoto o di rami del clan stesso, anche se nel caso dello shogunato Tokugawa tale discendenza, sostenuta dal clan Tokugawa, non è comprovata da fonti storiche. La dittatura militare ereditaria inaugurata da Yoritomo, che prese il nome di shogunato Kamakura, vide alternarsi otto suoi discendenti e durò fino al 1333, quando fu rovesciata dalle truppe dei clan fedeli all'imperatore, nel tentativo di restituire dignità politica al monarca.
Dopo la caduta dello shogunato Kamakura, con il ripristino del potere imperiale che va sotto il nome di Restaurazione Kemmu, il titolo di shōgun fu assunto dal principe Morinaga (o Moriyoshi), figlio dell'Imperatore Go-Daigo. Inviso all'aristocrazia militare capeggiata dal clan Ashikaga, Morinaga fu deposto ed imprigionato con l'accusa di cospirare contro Ashikaga Takauji, ed il titolo di shōgun fu assegnato al fratellastro Narinaga. Questi, a sua volta, fu vittima delle trame degli Ashikaga, che scesero in guerra contro le truppe imperiali riportando la vittoria nel 1336. Occuparono la capitale Heian, deposero Narinaga e nominarono nuovo imperatore Komyo, figlio dell'imperatore Go-Fushimi.
Go-Daigo fu costretto a rifugiarsi con la sua corte a Yoshino, nell'odierna prefettura di Nara, dando il via al periodo delle corti del nord e del sud, detto Nanbokucho. Il conflitto tra le due corti si sarebbe risolto nel 1392, quando le armate dello shogunato avrebbero avuto la meglio su quelle della corte di Yoshino.

Ashikaga Takauji, fondatore dello shogunato Ashikaga



Nel 1336 era intanto nato lo shogunato Ashikaga, che avrebbe caratterizzato il periodo Muromachi della storia giapponese. Il nome Muromachi proviene dall'omonima strada di Heian, l'odierna Kyoto, che era capitale del Giappone, dove gli Ashikaga costruirono la loro roccaforte. Dopo aver aiutato l'imperatore Go-Daigo ad avere la meglio sul bakufu Kamakura, i membri principali del clan Ashikaga, i fratelli Takauji e Tadayoshi, furono delusi dalle scelte politiche del monarca e restaurarono lo shogunato. Il primo degli shōgun fu Ashikaga Takauji, che fu ufficialmente investito del titolo nel 1338. Gli succedettero altri 14 shōgun, l'ultimo dei quali, Ashikaga Yoshiaki, fu sconfitto nel 1573 dalle truppe ribelli al comando di Oda Nobunaga, grande generale e capo dell'emergente clan Oda.
Yoshiaki fu mandato in esilio ma Nobunaga rifiutò la carica di shōgun. La fine dello shogunato Ashikaga fu decretata da un lungo periodo di instabilità politica chiamato epoca Sengoku (戦国時代 Sengoku jidai), caratterizzato da un'interminabile serie di guerre civili che avevano diviso il paese. Con il suo successo, Nobunaga fu il primo degli artefici della riunificazione del paese, e nel periodo in cui rimase al potere ristrutturò profondamente le gerarchie dell'aristocrazia giapponese, assegnando ai suoi vassalli i feudi dei clan sconfitti.

Tokugawa Ieyasu, fondatore dello shogunato Tokugawa



Le guerre civili ebbero termine nel 1600 con la grande battaglia di Sekigahara, vinta dalla coalizione comandata dal generale Tokugawa Ieyasu, capo dell'influente clan Tokugawa e maggior alleato del defunto Oda Nobunaga. Ebbe ragione delle truppe fedeli agli Ashikaga ed ottenne l'unità nazionale, che comportò un lungo periodo di pace e stabilità politica per il paese, tormentato da 150 anni di guerre civili. Ieyasu venne eletto shōgun nel 1603 dall'Imperatore Go-Yozei e fondò lo shogunato Tokugawa, l'ultimo della storia giapponese. Spostò la capitale a Edo, l'odierna Tokyo, dando inizio al periodo Edo, che sarebbe durato fino al 1868, quando lo shogunato ebbe termine e fu ripristinato il potere politico dell'imperatore.
Ieyasu ebbe 14 successori, l'ultimo dei quali, Tokugawa Yoshinobu dovette rassegnare le dimissioni nel 1868, a seguito della guerra Boshin, persa contro le truppe dei clan fedeli all'Imperatore Meiji. La crisi che stava attraversando il paese da diverso tempo, si era acuita con l'intromissione nella politica interna delle potenze occidentali, in particolare degli Stati Uniti, che con la minaccia di aggressione obbligarono lo shōgun ad aprire i porti giapponesi al commercio con l'estero. Il paese uscì dall'isolamento in cui si era chiuso da lungo tempo e questo venne preso come pretesto da quei clan che erano stati messi in minoranza dopo la sconfitta di tre secoli prima a Sekigahara.
Le forze contrarie all'ingerenza straniera si coagularono dietro alla figura dell'Imperatore e diedero luogo alla guerra Boshin (1868-1869) contro il potere dello shogunato. Dopo una serie di pesanti sconfitte, Yoshinobu fu costretto a rimettere i suoi poteri nelle mani del sovrano e venne confinato agli arresti domiciliari nel 1868. Le ultime sacche di resistenza da parte delle forze fedeli allo shogunato furono eliminate con le decisive sconfitte del 1869. Ebbe così fine la secolare dittatura del bakufu, con il ritorno al potere politico del sovrano, che diede inizio alla Restaurazione Meiji, nel corso della quale venne definitivamente smantellato tutto l'apparato politico degli shōgun.





mercoledì 4 marzo 2015

Daimyō

Il daimyō Matsudaira Katamori visita la residenza di un vassallo. Manichino in un edificio di Aizuwakamatsu.

Il daimyō era la carica feudale più importante tra il XII secolo e il XIX secolo in Giappone. Dopo la Restaurazione Meiji nel 1869 i daimyō si unirono alla nobiltà (kuge 公家) per formare un unico gruppo aristocratico: il kazoku (華族). Il termine daimyō letteralmente si traduce dal giapponese: "grande nome" (大名).
Gli appartenenti a questa carica appartenevano ad uno di questi tre gruppi principali:
  • tozama daimyō (chi aveva accettato di mettersi al servizio di Tokugawa Ieyasu in seguito alla Battaglia di Sekigahara (1600)),
  • fudai daimyō (chi prima di quella battaglia era già vassallo dei Tokugawa),
  • e shinpan (chi era parente dei Tokugawa).
I tozama daimyō possedevano i feudi maggiori, come l'han di Kaga nella prefettura di Ishikawa, controllato dal clan Maeda e valutato 1.000.000 di koku. Altri famosi clan tozama includevano i Mori della provincia di Choshu, i Shimazu di Satsuma, i Date di Sendai, gli Uesugi di Yonezawa e gli Hachisuka di Awa. Inizialmente i Tokugawa li considerarono come potenzialmente ribelli, ma per la maggior parte del Periodo Edo i matrimoni tra Tokugawa e clan tozama, così come politiche di controllo come il sankin kotai, produssero relazioni pacifiche.
Alcuni fudai daimyō, come gli Ii di Hikone, possedevano grandi han, ma molti erano piccoli. Lo shogunato piazzò molti fudai in posizioni strategiche per sorvegliare le strade di commercio e di accesso a Edo. Inoltre molti fudai daimyō assunsero posizioni di potere nello Shogunato Edo, alcuni salendo fino al rango di roju.
Gli shinpan erano parenti di Ieyasu, come i Matsudaira, o discendenti di rami cadetti di Ieyasu. Diversi shinpan, inclusi i Tokugawa di Owari (Nagoya), Kii (Wakayama) e Mito, così come i Matsudaira di Fukui e Aizu, possedevano grandi han.
Durante il periodo Edo, i Tokugawa forzarono tutti i daimyō a trascorrere un anno ogni due a Edo, lasciando i membri della famiglia indietro nel loro han. Questo incrementò il controllo politico e fiscale detenuto dai daimyō di Edo. Questa politica era chiamata sankin kōtai.
Il termine daimyō viene alle volte utilizzato per riferirsi alla figura prominente di tali clan, detti anche "signori della guerra". Lo shogun, o il reggente, veniva di solito scelto, sebbene in maniera non esclusiva, tra questi signori della guerra.

martedì 3 marzo 2015

Quarantasette rōnin

I quarantasette rōnin vengono accolti fuori dal palazzo di Matsudaira-no-Kami.

I quarantasette rōnin (四十七士 Shi-jū-shichi shi, lett. "quarantasette samurai") erano un gruppo di samurai al servizio di Asano Naganori (il cui titolo era Takumi no Kami), rimasti senza padrone (e quindi divenuti rōnin), dopo che il loro daimyō venne costretto a commettere seppuku (il suicidio rituale giapponese) per aver assalito il maestro di protocollo dello Shōgun, Kira Yoshinaka (che aveva il titolo di Kōzuke no suke), il quale lo aveva insultato.
Gli uomini di Asano, dopo aver atteso per due anni, pianificando l'attacco, lo vendicarono uccidendo il cortigiano e tutti i suoi discendenti maschi. Nonostante avessero seguito i precetti del bushidō vendicando il loro padrone e la loro impresa fosse stata vista con forte approvazione dai nobili di corte, 46 dei 47 rōnin vennero a loro volta obbligati a commettere seppuku per aver sfidato l'autorità imperiale. Il più giovane di loro, Terasaka Kichiemon, invece ricevette l'ordine di rimanere in vita per continuare a fare con regolarità le offerte in favore degli spiriti degli altri condannati, poiché solamente uno dei quarantasette rōnin fu ritenuto abbastanza valoroso da essere degno di farlo.
La vicenda, che si svolse tra la prima metà di marzo del 1701 (Asano commetterà seppuku il 14) ed il 4 febbraio del 1703 (anno in cui i rōnin furono costretti dal bakufu, il governo, ad uccidersi), ha ispirato un gran numero di racconti e rappresentazioni di teatro Kabuki, la più nota delle quali è il Chushingura. Gli uomini di Asano divennero eroi popolari, incarnando lo spirito del bushidō e furono da allora oggetto di un vero e proprio culto. Poiché la parola rōnin ha, nel linguaggio comune, una valenza spregiativa, i protagonisti della vicenda sono designati come "Quarantasette gishi (uomini retti)".
Il loro leader, Oishi Kuranosuke, è rappresentato da una statua bronzea posta nel 1921 all'entrata del tempio Sengakuji di Tokyo, cioè nel luogo in cui si compì il loro destino e in cui si trovano le loro tombe.
Ogni anno sulla tomba i giapponesi arrivano da tutta la nazione per deporre fiori in ricordo del loro eroico sacrificio.
Grazie al cinema, al teatro e alla letteratura questa vicenda è diventata popolare in tutto il mondo, caratterizzando in se stessa il vero spirito del bushidō (una rilettura in chiave fantasy è interpretata dal film 47 Ronin con Keanu Reeves).









lunedì 2 marzo 2015

Bushidō

Trascrizione in kanji di «Bushido»

Il Bushido (武士道 Bushidō, letteralmente «la via [o la morale] del guerriero») è un codice di condotta e un modo di vita – simile al concetto europeo di cavalleria e a quello romano del mos maiorum – adottato dai samurai, cioè la casta guerriera in Giappone. In esso, a differenza di altri addestramenti militari nel mondo, sono raccolte, oltre le norme di disciplina militari, anche quelle morali che presero forma in Giappone durante gli shogunati di Kamakura (1185 – 1333) e Muromachi (1336 – 1573), e che furono formalmente definite ed applicate nel periodo Tokugawa (1603 – 1867).
Sebbene risalga al 660 a.C., questo codice fu citato per la prima volta nel Kōyō Gunkan (1616) e messo organicamente per iscritto, in seguito, da Tsuramoto Tashiro, che raccolse le regole del monaco-samurai Yamamoto Tsunetomo (1659 – 1719) nel noto testo Hagakure.
Ispirato alle dottrine del buddhismo e del confucianesimo adattate alla casta dei guerrieri, il Bushido esigeva il rispetto dei valori di onestà, lealtà, giustizia, pietà, dovere e onore, i quali dovevano essere perseguiti fino alla morte. Il venir meno a questi princìpi causava il disonore del guerriero, che espiava la propria colpa commettendo il seppuku, il suicidio rituale.
Successivamente alla Restaurazione Meiji (1866 – 1869), il Bushido ebbe come punto fondante il rispetto assoluto dell'autorità dell'imperatore e divenne uno dei capisaldi del nazionalismo giapponese. Uno dei princìpi del Bushido, l'assoluto disprezzo per il nemico che si arrende, fu la causa dei trattamenti brutali e denigranti a cui i giapponesi sottoposero i prigionieri nel corso della seconda guerra mondiale (al contrario del mos romano, nel quale con la resa - dopo la relativa intimazione - il nemico viene risparmiato mentre, se rifiuta di arrendersi, viene sterminato); l'inaccettabilità etica della resa e la ricerca di una morte onorevole in combattimento, spinse molti kamikaze al sacrificio.
Il Bushido si fonda su sette concetti fondamentali, ai quali il samurai deve scrupolosamente attenersi:
, Gi: Onestà e Giustizia
Sii scrupolosamente onesto nei rapporti con gli altri, credi nella giustizia che proviene non dalle altre persone ma da te stesso. Il vero Samurai non ha incertezze sulla questione dell'onestà e della giustizia. Vi è solo ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

, Yu: Eroico Coraggio
Elevati al di sopra delle masse che hanno paura di agire, nascondersi come una tartaruga nel guscio non è vivere. Un Samurai deve possedere un eroico coraggio, ciò è assolutamente rischioso e pericoloso, ciò significa vivere in modo completo, pieno, meraviglioso. L'eroico coraggio non è cieco ma intelligente e forte.

, Jin: Compassione
L'intenso addestramento rende il samurai svelto e forte. È diverso dagli altri, egli acquisisce un potere che deve essere utilizzato per il bene comune. Possiede compassione, coglie ogni opportunità di essere d'aiuto ai propri simili e se l'opportunità non si presenta egli fa di tutto per trovarne una. La compassione di un samurai va dimostrata soprattutto nei riguardi delle donne e dei fanciulli.

, Rei: Gentile Cortesia
I Samurai non hanno motivi per comportarsi in maniera crudele, non hanno bisogno di mostrare la propria forza. Un Samurai è gentile anche con i nemici. Senza tale dimostrazione di rispetto esteriore un uomo è poco più di un animale. Il Samurai è rispettato non solo per la sua forza in battaglia ma anche per come interagisce con gli altri uomini. Il miglior combattimento è quello evitato.

, Makoto: Completa Sincerità
Quando un Samurai esprime l'intenzione di compiere un'azione, questa è praticamente già compiuta, nulla gli impedirà di portare a termine l'intenzione espressa. Egli non ha bisogno né di "dare la parola" né di promettere. Parlare e agire sono la medesima cosa.

名誉, Meiyo: Onore
Vi è un solo giudice dell'onore del Samurai: lui stesso. Le decisioni che prendi e le azioni che ne conseguono sono un riflesso di ciò che sei in realtà. Non puoi nasconderti da te stesso.

忠義, Chugi: Dovere e Lealtà
Per il Samurai compiere un'azione o esprimere qualcosa equivale a diventarne proprietario. Egli ne assume la piena responsabilità, anche per ciò che ne consegue. Il Samurai è immensamente leale verso coloro di cui si prende cura. Egli resta fieramente fedele a coloro di cui è responsabile.



domenica 1 marzo 2015

Rōnin

L'assalto al palazzo di Kira Yoshinaka, stampa di Hokusai


Rōnin (浪人), letteralmente "uomo alla deriva", "persona che impara a diventare samurai" o "uomo-onda", è un termine giapponese che designava il samurai decaduto, rimasto senza padrone o per la morte di quest'ultimo o per averne perso la fiducia.
Nel X secolo il termine ronin andava a indicare i contadini che per evitare tasse troppo onerose abbandonavano le loro terre per trasferirsi in regioni non ancora sottomesse dall'autorità o dai monasteri buddhisti.
Durante il periodo Tokugawa i ronin aumentarono considerevolmente, conseguenza della soppressione di molti feudi; per il loro spirito autonomo e bellicoso contribuirono alla disfatta del governo Tokugawa, confermandosi guerrieri abili e temibili persino dal più valoroso e potente samurai.
Quando il nobile padrone a cui un samurai era legato moriva o perdeva la fiducia in quest'ultimo, il samurai perdeva il proprio onore, diventando un guerriero errante. Il Bushidō (un codice di condotta e un modo di vita) prevedeva che per espiare la propria colpa e riacquistare l'onore perso con la morte del proprio padrone si dovesse ricorrere alla pratica dell'harakiri, che significa letteralmente "tagliare il ventre", e rappresenta la parte culminante della pratica del suicidio rituale denominato Seppuku, che avviene per sventramento mediante l'uso di una spada corta chiamata Wakizashi. Il venir meno a questi princìpi causava il disonore del guerriero, che diventava quindi un ronin, e cioè un samurai errante completamente senza onore e dignità. Questo tipo di samurai aveva un duplice ruolo: da una parte era un guerriero errante disposto a lavorare per chiunque lo pagasse, dall'altra poteva arrivare ad unirsi ad altri come lui e creare spesso scompiglio nei villaggi, saccheggiandoli e creando confusione. Pur continuando a fare parte dell'elevata casta dei samurai, i ronin potevano mettersi al servizio del popolo, insegnando arti marziali e di guerra, facendosi assumere come guardie del corpo (yojimbo) oppure difendendo il villaggio da aggressioni esterne. Se un samurai uccideva un ronin non doveva temere nessuna vendetta, poiché i ronin non erano legati a nessuno, e questo rese i ronin una facile preda dei samurai più potenti, i quali nutrivano anche un certo disprezzo per questi guerrieri erranti.
Nel Giappone moderno il termine può indicare lo studente che ha fallito l'esame di ammissione all'università o, nel gergo delle corse, un pilota senza scuderia. La parola mantiene quindi una valenza spregiativa, in Giappone, salvo il caso dei cosiddetti "Quarantasette rōnin", le cui gesta, realmente avvenute intorno al 1701, furono narrate prima nel Chushingura, un'opera jōruri (teatro delle marionette), e successivamente in rappresentazioni di kabuki (commedia danzata). La leggenda si è in seguito impadronita dei personaggi, trasformandoli in esempi viventi del bushidō, cioè dell'etica samurai che costituisce tuttora uno dei cardini morali della società giapponese.