mercoledì 30 settembre 2015

Mercenario


Profilo di capitano antico, conosciuto anche come Il Condottiero, di Leonardo da Vinci, 1480.



Il condottiero, nell'Italia tardo medievale e rinascimentale, era il capo delle truppe mercenarie.
Un mercenario (anche talvolta informalmente noto come soldato di fortuna) è una persona che prende parte a un conflitto armato senza fare parte di una nazione o fazione in conflitto e che è motivato a combattere per ottenere un vantaggio economico personale, non per dovere di cittadinanza o per patriottismo o altri ideali.
Il mercenario è dunque un soggetto formalmente estraneo alle parti in conflitto e appositamente reclutato da un committente (un governo, un'azienda o altra organizzazione), operando spesso all'estero. I suoi doveri sono stabiliti liberamente da un contratto con il suo committente, al contrario degli appartenenti alle forze armate regolari, che rispondono esclusivamente allo Stato di appartenenza. La sua remunerazione è superiore a quella dei soldati delle forze regolari, dei quali non possiede lo status di militare e i relativi doveri, poteri e diritti giuridici. In tal modo spesso i mercenari non agiscono secondo il diritto internazionale umanitario e, se catturati, non hanno le tutele dei prigionieri di guerra.
I mercenari sono stati ampiamente utilizzati nelle guerre di ogni epoca. Sebbene in vari Stati l'attività mercenaria sia formalmente illegale, le truppe mercenarie - organizzate da compagnie militari private - vengono comunemente usate anche nei conflitti contemporanei, sia come supporto alle truppe regolari, sia per compiere operazioni belliche non ufficiali.

Storia

Antichità

L'utilizzo di truppe mercenarie fu molto in uso già in età antica, ad esempio presso i popoli delle civiltà orientali antiche. Già nell'antico Egitto il faraone Ramesse II si servì di mercenari shardana provenienti dalla Sardegna per combattere i suoi nemici Hittiti nel XIII secolo. "Soldati" che prestano i loro servizi per mercede vennero indicati dai greci con nomi diversi (misthophóroi, misthōtoì, epíkouroi ecc.), presso i romani come mercenarii, peregrini milites.
Presso i greci apparvero per la prima volta quando, sulla fine dell'VIII secolo a.C., tiranni come Pisistrato e Policrate, per affermare il loro potere, si appoggiarono ad armi prezzolate. Di mercenari si servirono i re di Lidia; Milziade si impadronì del Chersoneso Tracico con l'aiuto di 500 mercenari.
Scomparsi con la caduta delle tirannidi, furono di nuovo largamente impiegati al tempo della guerra del Peloponneso. Grandiosa formazione di un esercito mercenario fu in quell'epoca, come tramandatoci nell'Anabasi di Senofonte, l'arruolamento dei diecimila greci che, partiti sotto il comando di Ciro il Giovane, si resero famosi per l'epica ritirata sotto la guida di Senofonte (401 a.C.). I superstiti, arruolati nell'esercito spartano sotto il comando del re di Sparta Agesilao II, passarono a combattere nell'Asia Minore contro il re di Persia. Da allora le milizie mercenarie entrarono normalmente nella costituzione degli eserciti greci, e si ebbero persino generali mercenari, come Ificrate, Cabria, Timoteo, Carete, i quali, detti egualmente strateghi, come quelli degli eserciti stabili, inviavano i loro capitani (lochagoí) a raccogliere gente in compagnie di 100 uomini ognuna (lóchoi). L'avvento dei mercenari cambiò notevolmente gli eserciti greci. Le armate delle città stato erano costituite da normali cittadini della polis che venivano richiamati in base alla necessità, quindi con un addestramento militare quasi nullo (l'unica eccezione è la città di Sparta). Questo si rifletteva sul campo di battaglia, dove era impossibile applicare una minima componente tattica. Coi mercenari, uomini che esercitavano la guerra come professione, la capacità bellica degli eserciti greci migliorò notevolmente.
Tali mercenari non militarono soltanto in Grecia: già fin dall'VIII-VII secolo a.C. s'erano posti al servizio della Lidia e della dinastia saitica d'Egitto. Più tardi furono numerosi anche nell'esercito persiano: nella battaglia del Granico, Alessandro Magno ne ebbe di fronte 20.000, in quella di Isso 30.000. Nell’età dei diadochi gli eserciti furono formati essenzialmente da mercenari, i quali passavano facilmente dall’uno all'altro campo. I tiranni di Sicilia ebbero truppe mercenarie; se ne trovano al principio del IV secolo a.C. al soldo di Dionisio I. Di solito, per l'arruolamento, gli stati interessati mandavano incettatori i quali, ottenuta licenza dalle autorità locali, percorrevano i diversi paesi offrendo il soldo e promettendo bottino. Cartagine faceva largo uso di mercenari, e preferiva usare le sue ingenti ricchezze per pagarli piuttosto che rischiare in guerra la sua popolazione cittadina. Sulla scia di quanto accadde in Oriente, dal 264 a.C. al 146 a.C. Cartagine impiegò mercenari di ogni sorta, armamento e provenienza: Celti, Numidi, Balearici, Sardi nuragici, Siculi, Liguri, Etruschi, Greci, Corsi e Iberi combatterono nelle tre guerre puniche contro Roma.



Medioevo

«Se uno tiene lo Stato fondato sulle armi mercenarie non starà mai fermo né sicuro, perché le [esse] sono disunite, ambiziose, senza disciplina, infedeli... Non hanno altro amore né altra ragione che le tenga in campo che un poco di stipendio, il quale non è sufficiente che vogliano [perché vogliano] morire per te. Vogliono ben essere tuoi soldati, mentre che tu non fai guerra; ma, come la guerra viene, vogliono o fuggirsi o andarsene.»
(Niccolò Machiavelli, Dell'arte della guerra, 1519-20.)



«se uno [principe] tiene lo stato suo fondato in sulle armi mercenarie, non starà mai fermo né sicuro; perché le sono disunite, ambiziose, senza disciplina, infedele.»
(Machiavelli, Il Principe)



L'utilizzo di mercenari fu molto comune durante il Medioevo: ad esempio, durante questo periodo, le milizie mercenarie per antonomasia furono le cosiddette compagnie di ventura, costituite da soldati di ventura. Presso la corte bizantina furono, già dall'Alto Medioevo, reclutati come mercenari guerrieri di origine scandinava (Vichinghi), noti come Guardie Variaghe, che andavano a formare la guardia scelta dell'Imperatore d'Oriente.


Ritratto del condottiero italiano Giovanni dalle Bande Nere.






Furono poi i cavalieri normanni della famiglia Drengot a proporsi inizialmente al soldo dei principi longobardi (contro le incursioni saracene a Napoli e Salerno) e poi degli insorti baresi nelle lotte antibizantine. Truppe mercenarie furono utilizzate nella battaglia di Campaldino nel 1260 a fianco dell'esercito fiorentino; ne fece uso anche il comune di Siena, stipulando contratti tra il 1327 e il 1351 con un condottiero ante litteram come Guidoriccio da Fogliano che si pose anche al soldo degli Scaligeri. Tali truppe vennero più volte usate in Europa, erano riunite in compagnie di ventura e guidate da un capitano di ventura, che stipulava veri e propri contratti con i signori e i regnanti interessati. Ebbero vasto impiego in Europa dal XIV secolo alla prima metà del XVII secolo.
Anche gli stati medievali usavano questo genere di truppe, tanto che Niccolò Machiavelli ne denuncia la pericolosità nei suoi scritti (arrivando almeno secondo, dato che già Polibio ne sconsigliava l'uso se non in quantità minime). I lanzichenecchi sono state le truppe mercenarie che compirono il Sacco di Roma nel 1527. Altre milizie di fanteria mercenaria molto note e apprezzate erano le falangi di mercenari svizzeri.



Età moderna e contemporanea

Nel corso del XX secolo si è fatto uso di mercenari in diversi conflitti, specialmente nelle innumerevoli guerre dei paesi del Terzo Mondo. Durante la guerra fredda, i mercenari vennero assoldati, oltre per partecipare a conflitti armati per conto dei creditori, anche per attuare colpi di stato, come per esempio nella crisi del Congo nella prima metà degli anni sessanta, in Benin nel 1977 o nelle Seychelles nel 1981. Tali soggetti sono stati spessi impiegati ad esempio nella guerre jugoslave e nella crisi di Timor Est del 1999 e durante la guerra del Kosovo. Dal 1994 al 2002 Il Dipartimento della difesa degli Stati Uniti ha stipulato più di 3000 contratti con delle cosiddette compagnie militari private statunitensi, per un giro d’affari da 100 miliardi di euro l’anno, con 15.000 uomini impiegati in missione che guadagnano fino a mille euro al giorno.
A partire dagli anni 2000 si è avuto un ulteriore incremento, ad esempio durante la guerra d'Iraq nel 2003 ed anche negli anni a seguire, a causa del loro coinvolgimento nei combattimenti e negli interrogatori della prigione di Abu Ghraib divenuta famosa per le denunce dei casi di tortura. Durante il conflitto i mercenari in Iraq rappresentarono la seconda forza in campo subito dopo gli Stati Uniti d'America e prima della Gran Bretagna. Utilizzo di truppe mercenarie è stato segnalato nel 2011, anche durante la guerra civile in Libia e nella guerra civile siriana.


Caratteristiche

Egli è un soggetto formalmente estraneo alle parti in conflitto e appositamente reclutato da un committente (un governo, un'azienda o altra organizzazione), operando spesso all'estero. I suoi doveri sono stabiliti liberamente da un contratto con il suo committente, al contrario degli appartenenti alle forze armate regolari, che rispondono esclusivamente allo Stato di appartenenza. La sua remunerazione è superiore a quella dei soldati delle forze regolari, dei quali non possiede lo status di militare e i relativi doveri, poteri e diritti giuridici. In tal modo spesso i mercenari non agiscono secondo il diritto internazionale umanitario e, se catturati, non hanno le tutele dei prigionieri di guerra.
A partire dal XX secolo i servizi riconducibili ad attività mercenaria sono spesso svolti da compagnie militari private spesso generalmente definite come contractors, ossia delle imprese che forniscono anche consulenze e servizi specialistici, anche se in molti paesi del mondo questa attività è espressamente vietata e sanzionata dalla legge, tuttavia oggi spesso il più generico anglicismo contractor per definire questi soggetti. Tale eufemismo in realtà indica, in generale, qualsiasi persona che sia impegnata allo svolgimento di un particolare compito definito in base ad un contratto o simile, con qualsiasi profilo professionale ed in qualsiasi ambito lavorativo (come il termine mercenario indicava in passato). Sebbene in vari paesi del mondo l'attività mercenaria sia formalmente illegale, le truppe mercenarie - organizzate da compagnie militari private - vengono comunemente usate anche nei conflitti contemporanei, sia come supporto alle truppe regolari, sia per compiere operazioni belliche non ufficiali.



La figura nel diritto contemporaneo

Nel diritto internazionale

Nel diritto contemporaneo non esiste una definizione di mercenario comunemente accettata. Infatti la distinzione tra un mercenario e un volontario di guerra straniero è spesso molto sottile perché la reale motivazione che spinge a combattere in un esercito straniero è incerta. Viene inoltre utilizzata la locuzione industria della difesa per indicare il complesso di enti privati e di operatori civili che generalmente non hanno ruolo e funzioni di combattimento diretto.
Il protocollo addizionale 8 giugno 1977 (APGC77) alle Convenzioni di Ginevra relativo alla protezione delle vittime nei conflitti armati internazionali, ratificato da 167 Stati, prevede la definizione più ampiamente accettata di un mercenario, e afferma:
«1. Un mercenario non ha diritto di essere un combattente o prigioniero di guerra.
2. Un mercenario è una persona che:
a) espressamente reclutata nel paese o all'estero per combattere in un conflitto armato;
b) di fatto prende parte diretta alle ostilità;
c) che partecipa alle ostilità essenzialmente in vista di ottenere un vantaggio personale ed alla quale è stata effettivamente promessa, da una parte al conflitto o a nome di quest'ultima, una remunerazione materiale nettamente superiore a quella promessa o pagata a combattenti aventi rango e funzioni analoghe nelle forze armate di detta parte;
d) che non è cittadina di una parte al conflitto, né residente del territorio controllato da una parte al conflitto;
e) che non è membro delle forze armate di una parte al conflitto;
f) che non è stata inviata da uno stato diverso da una parte al conflitto, in missione ufficiale come membro delle forze armate di tale Stato.»

Tutti i criteri (a - f), devono essere rispettati, secondo la Convenzione di Ginevra, affinché un combattente possa essere definito mercenario.
La convenzione internazionale contro il reclutamento, l’utilizzazione, il finanziamento e l’istruzione di mercenari - adottata e aperta alla firma dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 4 dicembre 1989 con la risoluzione 44/34 ed entrata in vigore il 20 ottobre 2001 - contiene all'art. 1 la definizione di mercenario. La disposizione è simile all'articolo 47 del I Protocollo, tuttavia al punto 1.2 amplia gli elementi per considerare un soggetto come mercenario, introducendo tra i requisiti:
«Per rovesciare un governo o comunque minare l'ordine costituzionale di uno Stato, o pregiudicare l'integrità territoriale di uno Stato.»
e ancora:
«è motivato a farne parte essenzialmente dal desiderio di guadagno significativo privato ed è spinto dalla promessa o il pagamento di un indennizzo materiale.»
Le convenzioni suddette si applicano tuttavia ai soggetti provenienti dai paesi del mondo che le abbiano firmate, riguardo quella del 1989 ad esempio, taluni paesi come gli Stati Uniti d'America non l'hanno ad oggi ratificata, come riportato dal comitato internazionale della Croce Rossa.



Nelle legislazioni nazionali

A livello nazionale invece molti stati hanno una legislazione particolare per questo genere di attività, ad esempio:
  • In Austria i cittadini perdono la cittadinanza automaticamente se fanno parte di truppe mercenarie.
  • In Francia valgono i principi delle Convenzioni di Ginevra.
  • In Inghilterra è illegale fare parte di truppe mercenarie, ma ci sono state negli anni diverse deroghe.
  • L'Italia non consente la partecipazione di soggetti, diversi dalle proprie forze armate, a conflitti armati nel territorio di un altro stato, in quanto la convenzione delle Nazioni Unite dell'89 è stata ratificata con la legge 12 maggio 1995 n. 210.
  • Gli Stati Uniti d'America consentono l'utilizzo di forza militare da parte di privati; nel paese è legale la costituzione e l'utilizzo di compagnie militari private
  • In Sudafrica una legge (il "Foreign Military Assistance Act") chiarisce che i cittadini non possono fare parte di truppe a contratto se non per missioni umanitarie. Nel 2005, con la guerra in Iraq ed il caso di Mark Thatcher (il figlio di Margaret Thatcher) arrestato per attività mercenarie, sono state riviste le normative.
  • La Svizzera non permette attività mercenarie dal 1927, con l'eccezione delle guardie svizzere in Vaticano.

Mercenari famosi




Maggiore Burnham, disegnato da Baden-Powell, Rhodesia, 1896.









Nel XX secolo alcuni mercenari sono stati molto conosciuti, soprattutto la generazione dei "mercenari bianchi", impiegati negli anni sessanta e settanta nelle guerre civili africane dalle potenze post-coloniali o dai governi locali:
  • Mike Hoare, "Mad Mike", cittadino britannico di origine irlandese, coinvolto sia nella crisi del Congo negli anni sessanta, dove formò il "5° Commando", che nel fallito colpo di Stato nelle Seychelles nel 1978.
  • Siegfried Müller, "Kongo Müller", tedesco, ex ufficiale della Wehrmacht e veterano del fronte, reclutato come luogotenente nella crisi del Congo nel '64, guidò il "52° Commando", una sub-unità del "5° Commando" di Mike Hoare.
  • John Peters, britannico, si unì a "Mad Mike" Hoare durante crisi del Congo degli anni sessanta diventando il suo vice-comandante e avvicendandosi alla guida del reparto nel 1965.
  • Bob Denard, francese, coinvolto in numerosi conflitti in Africa, talvolta con la copertura o il supporto della Francia, per conto della quale ha partecipato ad alcune azioni anche sulle isole Comore. In Congo guidò il "6° Commando" dopo il Colonnello Lamouline dal '65 al '67.
  • Daniele Zanata, alias Daniel Van Horne, alias Daniel Wydman, esperto di antiterrorismo coinvolto in numerosi conflitti in Africa (Angola, Sierra Leone, Isole Comore), Balcani (Serbia), ex Repubbliche sovietiche (Cecenia).
  • Simon Mann, più volte coinvolto in Angola e Sierra Leone. Arrestato in Zimbabwe nel 2004 per essere coinvolto nel tentato colpo di Stato in Guinea che ha portato all'arresto di Mark Thatcher nel 2006.
  • Jean Schramme,"Black Jack", belga, implicato nella guerra civile congolese degli anni sessanta e nel tentativo di golpe di Moise Ciombe, guidò le azioni del "10° Commando".
  • Roger Faulques, pluridecorato ufficiale di carriera francese, inviato nel Katanga durante la secessione, ebbe sotto il suo comando Bob Denard, condusse l'operazione francese nello Yemen e fu impiegato sempre per conto della Francia nella guerra civile nigeriana.
  • Rolf Steiner, tedesco, servì sotto il comando francese di Roger Faulques in Nigeria, poi formato un suo reparto, combatté nel Sudan meridionale e Biafra.
  • Frederick Russell Burnham ex militare statunitense ed uno dei fondatori dell'associazione Boy Scouts of America, la sua figura costituì ispirazione per le opere di Allan Quatermain.
  • Carl Gustav von Rosen, svedese, aviatore pioniero, mercenario e collaboratore della Croce Rossa. Prese parte ad azioni umanitarie e belliche nella guerra d'Etiopia, nella guerra d'inverno, nella seconda guerra mondiale, nel conflitto del Biafra e nella guerra dell'Ogaden.
  • Roberto delle Fave italiano, famoso soprattutto per la partecipazione alla guerra d'indipendenza croata, alla guerra in Bosnia ed Erzegovina e la guerra del Kosovo.



martedì 29 settembre 2015

Il lottatore, cresciuto al Giambellino, spiega la nuova vocazione sportiva



Bruno Danovaro nella sua vita ha fatto un po' di tutto. Ma soprattutto ha combattuto. Per sport e non solo per sport visto che oltre a karate, judo, wrestling, è stato per il Ministero della Difesa istruttore dei militari italiani che venivano inviati nelle missioni di pace e, con il Provveditorato agli studi di Milano, ha fatto corsi nelle scuole milanesi per sconfiggere il bullismo. Anni fa negli Stati Uniti, dopo aver stabilito un record mondiale nel sollevamento pesi, è diventato l'«uomo più forte del mondo».
Così lo chiamavano e quello è diventato anche il titolo di un libro che ha raccontato la sua storia cominciata come lavapiatti negli States. Vai a cercare il suo nome sul web e salta fuori il racconto di una vita, a tratti anche avventurosa. Il padre avvocato è stato un nuotatore, la madre ha fatto atletica leggera e lui a quattro anni era già in vasca a sbracciare. Poi da Sampierdarena, dove è nato, è arrivato a Milano al Giambellino dove ha imparato anche a «menar le mani» e così, per evitare di finir nei guai, si è dato al judo e ai pesi «dirottato» da un istruttore giapponese colpito dalla sua forza.
Non è simpatico a tutti, anzi. Nel suo mondo non si è fatto tanti amici ma per uno abituato a combattere non sembra sia un problema: «Il mio mestiere è questo - racconta -. E oggi a 46 anni sono l'unico al mondo che ha sostenuto 90 kumite, novanta incontri di arti marziali miste in un giorno e mezzo...». Una sfida continua, dodici mesi l'anno: «Mi alleno praticamente tutti i giorni tre volte al giorno - racconta -. Con una sessione di pesi la mattina, lo sparring nella pausa di pranzo e la lotta la sera. Ed è una vita di sacrifici perché restare in forma non è facile e bisogna stare attenti un po' a tutto a cominciare dall'alimentazione. Pochissimi carboidrati, niente pasta e pizze, molta frutta, verdura e pesce e carne rossa vicino ai combattimenti. Ma è una filosofia di vita che mi porta a fare esperienze sempre diverse perché la mia passione è combattere... Come diceva Bruce Lee un lottatore deve saper fare tutto e non solo pugni o proiezioni».
Così, anche se gli anni passano, l'agenda di Danovaro resta fitta. Il prossimo appuntamento lo sta organizzando a Milano la Ibk, l'international budo kaikan, che a novembre metterà di fronte le due nazionali di Italia e Svizzera con una sfida sul ring tra Danovaro e Ivan Drago, già protagonista in un film con Silvester Stallone nella quarta serie di Rocky. E non è finita. «Sì ho altri due progetti che mi affascinano - racconta -. Essere il primo non fiorentino in campo in una sfida di calcio fiorentino ma stiamo aspettando la delibera comunale che possa dare il permesso a partecipare e giocare una partita di “palla grossa” a Prato». «Calcio fiorentino» e «Palla grossa» due sport antichi dove la palla è un pretesto per darsele di santa ragione tra abitanti di contrade avversarie: «Beh non è proprio così, c'è una storia di secoli alle spalle - spiega Danovaro -. Certo non è uno sport per signorine. Ed è questo che mi piace...».

lunedì 28 settembre 2015

Tokyo 2020, karate e surf tra le nuove discipline olimpiche


I riflettori su Rio 2016 non si sono ancora accesi, ma gli organizzatori delle Olimpiadi di Tokyo del 2020 hanno già iniziato a far girare la ruota delle proposte. 

Secondo le regole del Cio adottate lo scorso dicembre, i paesi ospitanti possono proporre nuove discipline da ospitare nei loro giochi. Mentre i giochi olimpici brasiliani rivedranno il ritorno del golf e rugby, in Giappone potrebbero essere ben cinque le discipline.
Tra innovazione e tradizione a Tokyo potrebbe esserci spazio per uno sport di squadra, il baseball-softball e 4 discipline individuali. L'arrampiacata sportiva, ma anche skateboard e surf. Il Comitato giapponese pesca anche dalla tradizione e sceglie di proporre il karate, arte marziale millenaria nata proprio nel paese.
"Si tratta di discipline al contempo tradizionali ed emergenti e rivolte ai giovani, che sono tutte popolari in Giappone e a livello internazionale - spiegano in una nota gli organizzatori - Faranno da forza trainante per promuovere ulteriormente il movimento olimpico e i suoi valori".
Il comitato giapponese, dopo una selezione iniziata a maggio, ha stimato che gli atelti dei 5 nuovi sport saranno circa 474. Dopo la proposta la palla passa ora al Comitato Olimpico Internazionale che nella sessione di Rio de Janeiro ad agosto 2016 deciderà se accogliere o meno le proposte giapponesi.
 

venerdì 25 settembre 2015

Strategikon






Lo Strategikon (in greco antico Στρατηγικόν) è un manuale sulla guerra del VI secolo redatto dall'imperatore bizantino Maurizio; è soprattutto un manuale pratico, "un manuale piccolo ed elementare", secondo l'introduzione, "per coloro che si dedicano al comando militare". È ancora incerto chi sia il vero autore dello Strategikon: Maurizio potrebbe averlo solo iniziato e forse suo fratello o un generale della sua corte potrebbe essere il vero autore. Il testo fu scritto in greco, divenuto lingua ufficiale dell'impero romano d'oriente, sebbene numerosi termini adoperati siano chiaramente di derivazione latina.
Strategikon fu il tentativo di codificare le riforme militari promulgate dall'imperatore-soldato Maurizio. Queste riforme rimasero in vigore per 500 anni, fino all'XI secolo.
L'opera consiste in dodici capitoli o "libri" e si occupa di tutto ciò che riguarda l'organizzazione, l'addestramento ed il supporto per le truppe a cavallo. Include anche piani per reclutare una milizia di contadini in modo tale da sostituire le armate mercenarie. Di particolare importanza ed interesse etnografico è l'undicesimo libro, che descrive molti dei nemici di Bisanzio (Franchi, Longobardi, Avari, Persiani e Slavi). Lo Strategikon appartiene anche alla letteratura legale bizantina in quanto contiene la lista delle infrazioni militari e delle relative punizioni.
Lo Strategikon fu molto stimato negli ambienti militari come il primo, e solo, esempio di una sofisticata teoria dell'utilizzo combinato delle varie specialità fino alla seconda guerra mondiale.

martedì 22 settembre 2015

L'arte della guerra


Statua di Sun Tzu, il probabile autore dell'opera





Copia su bambù della parte iniziale dell'Arte della guerra, trascritta sotto l'imperatore Qianlong. Collezione della University of California, Riverside



L'arte della guerra (Sūnzǐ Bīngfǎ, 孫子兵法) è un trattato di strategia militare attribuito, a seguito di una tradizione orale lunga almeno due secoli, al generale Sunzi (in cinese: 孫子; pinyin: Sūnzǐ; Wade-Giles: Sun Tzu), vissuto in Cina probabilmente fra il VI e il V secolo a.C. Importante è stato il ritrovamento di un manoscritto in lingua originale scritto su un rotolo di bambù intorno al III secolo a.C.
Si tratta probabilmente del più antico testo di arte militare esistente (VI secolo a.C. circa). Sono tredici capitoli, ognuno dedicato ad un aspetto della guerra. Ebbe una grande influenza anche nella strategia militare europea. È un compendio i cui consigli si possono applicare, al pari di altre opere della cultura sino-giapponese, a molti aspetti della vita, oltre che alla strategia militare. Ad esempio all'economia e alla conduzione degli affari.
Il libro è tuttora usato per la conduzione e strategia di molte aziende di tutto il mondo. Infatti ciò che tratta non è solo la guerra in sé ma anche gli aspetti collaterali, che lo avvicinano molto alla ricerca operativa, branca della matematica sviluppatasi nel dopoguerra per risolvere problemi decisionali in guerra e poi spostata all'uso civile; da notare le affinità anche con la moderna teoria dei giochi.
Sembra poi che molti grandi personaggi del passato tra i quali Napoleone Bonaparte, Mao Zedong e il Generale Douglas MacArthur siano stati influenzati o abbiano tratto espressamente ispirazione dalla lettura di questo libro.
Unendone la lettura al complementare studio delle filosofie orientali, è possibile se non comprendere appieno, almeno intuire alcuni aspetti di culture le quali, per chi vi si accosta la prima volta, sembrano del tutto aliene.



  • I. Valutazioni di base (Ji)
  • II. Conduzione del conflitto (Zuozhan)
  • III. Pianificazione dell'attacco (Mougong)
  • IV. Disposizioni (Xing)
  • V. La forza (Shi)
  • VI. Vuoti e pieni (Xushi)
  • VII. Manovre di eserciti (Junzheng)
  • VIII. Le nove variabili (Jiubian)
  • IX. Muovere l'esercito (Xingjun)
  • X. Conformazione del terreno (Dixing)
  • XI. I nove terreni (Jiudi)
  • XII. Attacco col fuoco (Huogong)
  • XIII. L'uso delle spie (Yongjian)

Alcuni estratti







Manoscritto de L'arte della guerra




  • "Il più grande condottiero è colui che vince senza combattere"
  • "In ogni conflitto le manovre regolari portano allo scontro, e quelle imprevedibili alla vittoria"
  • "Combatti con metodi ortodossi, vinci con metodi straordinari"
  • "Se sei inattivo mostra movimento, se sei attivo mostrati immobile"
  • "Chi è prudente aspetti con pazienza chi non lo è, sarà vittorioso"
  • "Quando ti muovi sii rapido come il vento, maestoso come la foresta, avido come il fuoco, incrollabile come la montagna"
  • "Conosci il nemico, conosci te stesso, mai sarà in dubbio il risultato di 100 battaglie"
  • "I Soldati vanno trattati innanzitutto con umanità, ma controllati con ferrea disciplina. Questa è la strada per la vittoria"
  • "Un risultato superiore consiste nel conquistare intero e intatto il paese nemico. Distruggerlo costituisce un risultato inferiore"



martedì 15 settembre 2015

La suprema arte di estrarre la spada



iaido
“La spada è l’anima, se l’anima non è giusta, a sua volta la spada non sarà giusta. Se si vuole imparare ad usare la spada bisogna imparare dall’anima”.
Shimada Toranosuke

Lo iaidō ("Via dell'unione dell'essere") è l'arte di estrarre la spada, sviluppata nel Giappone feudale nel periodo Nara (710-784). Si differenzia dal kenjutsu per le tecniche eseguite nel momento in cui il guerriero sguaina la spada.
L'influenza della dottrina zen e l'esaltazione della katana, come anima stessa del samurai, diede impulso alla nascita di diverse scuole in tutto il territorio nipponico.
Originariamente, quest'arte era praticata solo dalle caste guerriere giapponesi mentre oggi è diffusa in tutto il mondo grazie alla All Japan Kendō Federation. Questa federazione codificò le numerose tecniche utilizzate dai diversi maestri in solo 12 Kata (forme) dello stile Seitei Iai:


1. Ipponme
2. Nihonme
3. Sanbonme
4. Yonhonme
5. Gohonme
6. Ropponme
7. Nanahonme
8. Happonme
9. Kyuhonme
11. Junihonme
12. Juiponme

Le capacità del praticante di iaidō sono riconosciute dal tipo di spada che utilizza nel combattimento a due. Una volta assimilate le forme, la prima fase è eseguita utilizzando una spada di legno (bokken), successivamente una spada senza filo (iaito) e per i più esperti una vera katana (Shinken).
In Italia, lo iaidō è riconosciuta dalla Confederazione Italiana Kendo, insieme al Kendo, Jodo e Naginata.


giovedì 3 settembre 2015

Lo Shaolin del Giappone

“Dato che tutto viene fatto dagli uomini, allora non c’è modo di ottenere una vera pace se non costruendo il più possibile individui con un forte senso della carità, del coraggio e della giustizia” - Doshin So -



Lo Shorinji Kempo è un'arte marziale giapponese nata ufficialmente nel 1947 dal monaco buddista Doshin So nei pressi della cittadina di Tadotsu nella prefettura di Kagawa e, successivamente, diffusa in Europa a partire dal 1972.
Praticata originariamente dai monaci del monastero di Shorinji (traduzione giapponese di Shaolin), nella provincia di Honan (Cina), quest'arte unisce la meditazione Zen e l'esercizio fisico vitalizzante allo scopo di fondere la pratica marziale con i principi spirituali della dottrina buddista. Grazie a Doshin So, lo Shorinji Kempo si diffuse prima in Giappone e, successivamente, nel resto del mondo tramite la federazione internazionale di Shorinji Kempo (W.S.K.O).





I principi fondamentali di questa disciplina sono 6:
  1. Ken Zen Ichinyo - Unione tra il corpo e la mente: al fine di creare un guerriero equilibrato sia mentalmente che fisicamente;
  2. Riki Ai Funi - Unione tra forza e amore il praticante deve utilizzare le proprie capacità per migliorare la comunità in cui vive;
  3. Shushu Koju - La difesa prima dell'attacco: l'obiettivo del praticante è quello di far desistere dall'attacco il suo avversario, utilizzando solo come ultima arma il combattimento;
  4. Fusatsu Katsujin - Non per colpire ma per proteggere: mettere fuori combattimento l'avversario senza creare gravi danni;
  5. Goju Ittai - Unione di tecniche "attive" e "passive": utilizzo combinato di tecniche "morbide" e "dure";
  6. Kumite Shutai - L'importanza del lavoro di coppia: il confronto tra due praticanti è l'unico metro di giudizio per valutare i propri punti di forza e di debolezza.
Come indicate nel principio "Goju Ittai", lo Shorinji Kempo si basa sullo studio di diverse tipologie di tecniche:
  • Goho: rientrano in questa definizione le tecniche "dure" del Shorinji Kempo, come i calci, i pugni e le parate;
  • Juho: ovvero l'arte della "cedevolezza", è il gruppo di tecniche morbide in cui rientrano le schivate, le leve e le proiezioni. Il principio di queste tecniche è lo sfruttamento della forza dell'avversario senza opporre resistenza;
  • Seiho: è lo studio dei punti vitali del corpo umano, non solo consente di aumentare l'efficacia delle tecniche di combattimento (ad es. leve articolari), ma può essere utilizzata per curare determinati disturbi che influenzano i meridiani energetici.