giovedì 30 marzo 2017

Satori

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Il Satori (, giapponese Satori, da satoru, "rendersi conto"; cinese , coreano O; vietnamita: Ngộ), nella pratica del Buddismo Zen indica l'esperienza del risveglio inteso in senso spirituale, nel quale non ci sarebbe più alcuna differenza tra colui che si "rende conto" e l'oggetto dell'osservazione.
«Satori, in termini psicologici, è un oltre i confini dell'Io. Da un punto di vista logico è scorgere la sintesi dell'affermazione e della negazione, in termini metafisici è afferrare intuitivamente che l'essere è il divenire e il divenire è l'essere.»
(Daisetz T. Suzuki, dall'introduzione del libro Lo zen e il tiro con l'arco)
Il satori è il momento dell'illuminazione nella pratica del Buddismo Zen, momento in cui l'intera esperienza personale e cosmica è proiettata in un unico istante, che porta ad un annullarsi cosciente del soggetto, non derivante da una rinuncia al mondo esterno ma dalla partecipazione ad esso tramite l'atto puro. Tale processo è ben espresso dalla forma poetica dell'haiku.


Illuminazione permanente

Il significato letterale della parola è "comprendere", ed è talvolta usata come sinonimo di Kensho, ma quest'ultimo non è uno stato di illuminazione permanente, ma solo un lampo di comprensione della vera natura della creazione; il Satori, al contrario, è uno stato d'illuminazione profonda e duratura.
Lo psicoanalista-filosofo Carl Gustav Jung, nella prefazione a La grande liberazione. Introduzione al Buddismo Zen di Suzuki Daisetsu Teitarò, si sofferma in modo particolare nell'affermare come lo Zen sia prima di tutto Satori.
«Nel campo cristiano satori corrisponde a un'esperienza di trasformazione religiosa.»
(Carl Gustav Jung Prefazione a "La grande liberazione")



Illuminazione temporanea

Il Buddismo Zen generalmente riconosce l'illuminazione come una cosa transitoria nella vita, una rivelazione, e il satori è uno stato d'illuminazione limitato nel tempo. Poiché però secondo la filosofia Zen tutte le cose sono transitorie, la natura temporanea del satori non è vista come una limitazione nel senso che una rivelazione temporanea avrebbe nella comprensione occidentale dell'illuminazione.
La natura transitoria del satori, opposto all'eterno Nirvāṇa anelato dalla tradizione Buddista in India, deve molto all'influenza taoista sul Buddismo Chán in Cina, di cui il Buddismo Zen del Giappone è un'evoluzione. Il Taoismo è una filosofia mistica che enfatizza la purezza del momento, mentre le radici indù del Buddismo indiano hanno una visione più ampia volta all'uscita dalla prigione Karmica, prigione della perpetua rinascita del mondo materiale.





martedì 28 marzo 2017

Rinzai-shū

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Rinzai-shū (臨済宗, Scuola Rinzai) è una delle tre scuole del Buddhismo Zen che, insieme alle scuole Sōtō e Obaku, è esistente tutt'oggi.
Lo Zen Rinzai deriva direttamente dalla scuola cinese Chan di Linji, da cui prende il nome, fondata da Linji Yixuan nel IX secolo.
Essa si caratterizza oltre che per lo zazen (meditazione seduta), anche per l'utilizzo dei koan, sorta di problemi senza soluzione razionale che vengono proposti dal maestro al discepolo in un incontro personale detto sanzen e per il satori, illuminazione improvvisa.
Fondatore dello Zen Rinzai è ritenuto tradizionalmente il monaco giapponese di scuola Tendai, Eisai, che introdusse per primo il ramo Zen Rinzai Oryo in Giappone dalla Cina nel 1191, incorporandolo nella scuola Tendai. Ma la linea di successione di questo insegnamento fu interrotta con la morte, nel 1225 durante un pellegrinaggio in Cina, di Myozen discepolo diretto di Eisai. Lo Zen Rinzai fu quindi reintrodotto con la linea Rinzai Yogi da Kakushin sempre nel XIII secolo. Tutte le sottoscuole esistenti oggi in Giappone dello Zen Rinzai-shu derivano dal ramo 'Yogi'.


Caratteristiche

La scuola Rinzai non è una scuola unica; è divisa in 19 sottoscuole spesso denominate con lo stesso nome dei loro templi principali. La più grande e la più influente di esse è la branca Myoshin-ji, il cui tempio fu fondato nel 1342 da Kanzan Egen Zenji (1277-1360). Altre branche maggiori sono quelle di Nanzen-ji, Tenryū-ji, Daitoku-ji e Tofuku-ji.
La scuola Rinzai incoraggia un attivo perseguimento dell'illuminazione (bodhi, satori) attraverso lo shock intellettuale dei koan o tramite gli sforzi strenui e la ferrea disciplina della pratica meditativa zazen. A differenza della scuola Rinzai, quella Sōtō insiste nello "stare semplicemente seduti" (Shikantaza) come metodo che serve a rivelare la natura-Budda in ogni persona.
Il metodo Rinzai è stato adottato nel Giappone medievale dalla casta dei samurai, mentre la Sōtō ha avuto un seguito più popolare, come attesta il detto giapponese "Rinzai per gli Shōgun, Sōtō per i contadini" (giapponese: "臨済将軍、曹洞土民" Rinzai Shōgun, Sōtō Domin).


Koan

Il Koan è un elemento fondamentale per la scuola zen Rinzai. Letteralmente significa "documento pubblico" ma ha assunto il significato di un quesito basato sulle azioni e sui detti di famosi maestri. È un problema che non ammette una soluzione intellettuale; la risposta non ha nessun rapporto logico con la domanda, e la domanda è tale da mettere in forte imbarazzo l'intelletto. Eccone alcuni esempi:
"Battendo le mani l'una contro l'altra si produce un suono. Qual è il suono di una sola mano?
"Molto tempo fa un uomo teneva un'oca dentro una bottiglia. L'oca crebbe e crebbe finché non poté più uscire dalla bottiglia; l'uomo non voleva rompere la bottiglia e neanche far male all'oca; tu come te la caveresti?
"Su un albero c'è un uomo che stringe un ramo in bocca ma non si tiene attaccato con le mani e non tocca il tronco con i piedi. Qualcuno, ai piedi dell'albero, gli chiede: "Che cos'è lo Zen?" Se non risponde, non può soddisfare quell'uomo, ma se dice anche una sola parola, cade e s'ammazza. In un momento simile, tu che cosa risponderesti se fossi in lui?"
Anche se questi Koan possono apparire sciocchi e assurdi, ognuno di essi riflette il grande koan della vita, dato che per lo Zen il problema della vita è di superare le due alternative dell'affermazione e della negazione, che oscurano entrambe la verità. Il metodo della scuola Rinzai prevede che il discepolo Zen debba risolvere un koan e che sia assistito da un maestro, il quale lo interroga sulla soluzione del koan; finché il discepolo troverà soluzioni logiche e razionali, il maestro gli dirà che ha sbagliato e quindi di continuare a pensarci; ciò si protrarrà per alcuni anni, finché il discepolo realizzerà che non c'è una soluzione razionale, e di colpo sente la sua mente e il suo corpo cancellati dall'esistenza. Questo fatto è chiamato "lasciar andare la presa", e fa prendere coscienza al discepolo Zen che, così come un koan non si può "afferrare" trovandoci una soluzione, così la vita stessa non può essere "posseduta" dall'individuo, e che quindi bisogna lasciar andare la vita, cioè accettarla come vita, come qualcosa che non è di proprietà di nessuno. I koan sono impiegati anche per far comprendere agli allievi che l'illuminazione non la si raggiunge solo con l'intelletto e che ogni ragionamento è inutile alla comprensione della verità. Anche per questo motivo la scuola Rinzai pratica i koan durante la meditazione zazen, poiché non crede che stando semplicemente seduti si arrivi all'illuminazione, o satori.



Arti marziali

La scuola Rinzai è stata storicamente connessa con varie tradizioni di arti marziali in Giappone.
Nel Giappone pre-moderno, la scuola Rinzai è stata assai popolare tra i guerrieri aristocratici e i samurai, mentre la scuola zen Sōtō è stata praticata più da artisti e poeti. Ciò è dovuto alla reputazione Zen di rimuovere la paura della morte tramite la trasformazione diretta della consapevolezza. Per un samurai, la paura della morte era naturalmente un grosso ostacolo, così lo zen Rinzai soddisfaceva una pratica necessità. La scuola Rinzai ha avuto eco relativamente maggiore importanza nella letteratura dei koan e nella conoscenza intellettuale che della scuola zen Sōtō; questi faceva appello all'educazione delle classi disagiate. Ad ogni modo, uno dei più intellettuali e letterati dei maestri zen pre-moderni è stato il maestro Zen Eihei Dogen.
Dato che l'aristocrazia medievale era anche una classe di guerrieri, è stato naturale per loro applicare gli insegnamenti Rinzai alla pratica del combattimento. Alcuni studiosi hanno argomentato che l'influenza dei samurai è stata fondamentale per la formazione dello zen Rinzai.
Dopo aver fronteggiato l'opposizione delle scuole tradizionali buddiste a Kyoto, fu lo stesso Eisai a introdurre lo zen Rinzai alla casta dei guerrieri samurai della corte Shogun a Kamakura intorno al 1199.
La predilezione dei samurai per la scuola Zen Rinzai è continuata nel periodo Tokugawa (1600-1867) quando era un regolare metodo di addestramento della casta guerriera, sviluppando il Bushidō.





domenica 26 marzo 2017

Takuan Sōhō

Sōhō



Takuan Sōhō (giapp. 沢庵 宗彭; 1573 – 1645) è stato un monaco buddhista giapponese, una delle figure più rilevanti dello Zen e in particolare della scuola rinzai.


Biografia

Nato in una famiglia di agricoltori, in una zona di montagna, nei pressi della cittadina di Izushi, nell'antica provincia di Tajima (l'attuale Prefettura di Hyōgo), entrò nell'ordine dei monaci zen all'età di 12 anni nel 1581 aderendo alla scuola Jodo. Nel 1583, a soli quattordici anni, iniziò a studiare il buddhismo rinzai grazie agli insegnamenti del suo sensei Shun-oku Soen.
Nel 1608 divenne abate del tempio Daitokuji a Kyoto. Nel 1629 fu bandito da Kyoto per tre anni a causa di dissapori col bakufu (governo shogunale), quando si oppose a quest'ultimo nella sua decisione nel revocare all'Imperatore il potere di nomina degli alti ranghi civili ed ecclesiastici. Ritornato dall'esilio nel 1638 divenne amico del nuovo shogun Iemitsu Tokugawa del quale guadagnò stima e protezione, e grazie all'appoggio del quale fondò a Edo il tempio Tōkaiji (1638). L'opera più importante di Takuan, il Fudōchi shinmyōroku, è dedicata all'arte della spada, intesa come arte marziale e cammino spirituale. Secondo la leggenda, fu maestro del più celebre samurai dell'epoca: Musashi Miyamoto. Fu anche calligrafo, pittore e maestro del tè. Sembra che fu lui l'inventore di un particolare tipo di salamoia


Opere

  • Takuan Sōhō, ''La mente senza catene, Scritti di un Maestro Zen a un Maestro di Spada, traduzione di Milvia Faccia, prefazione di William Scott Wilson, Edizioni Mediterranee, 2010. ISBN 9788827221150
  • La saggezza immutabile (Fudōchi shinmyōroku)
  • Il tintinnio cristallino delle gemme (Reirōshū)
  • Gli annali della spada Taia (Taiaki)



venerdì 24 marzo 2017

Battaglia di Sekigahara

Sekigaharascreen.jpg


La battaglia di Sekigahara (関ヶ原の戦い Sekigahara no tatakai), combattuta il 21 ottobre del 1600, fu una battaglia decisiva nella storia del Giappone. Fu il culmine dell'aspro confronto che teneva impegnati i due schieramenti dal luglio precedente. Grazie alla vittoria conseguita, il condottiero Tokugawa Ieyasu si garantì il controllo del paese sconfiggendo il rivale Ishida Mitsunari, che guidava le armate alleate al clan Toyotomi.
Negli anni successivi Ieyasu avrebbe consolidato il proprio potere arrivando a fondare nel 1603 lo shogunato Tokugawa, l'ultima dittatura militare del Giappone, che avrebbe dominato il paese fino al 1868. La battaglia contribuì in modo determinante alla fine dell'epoca Sengoku, il lungo periodo di guerre civili che insanguinavano il Giappone dal 1478. Con l'istituzione dello shogunato, Ieyasu avrebbe dato il via ad un periodo di pace e di grande stabilità politica.


La battaglia

La battaglia di Sekigahara ebbe luogo nella Provincia di Mino, nella zona meridionale dell'odierna Prefettura di Gifu. Prese il nome dal piccolo villaggio presso il quale fu combattuta, situato ai piedi dei monti Sasao, Nangu e Matsuo, che rendevano il luogo strategicamente importante. Tuttavia la scelta del terreno non fu determinante per lo sviluppo della battaglia. Ishida e il suo esercito occupavano le alture, il generale aveva invano sperato di poter attaccare più a ovest, in quanto Sekigahara si trovava troppo vicina al castello di Sawayama, roccaforte e residenza di Ieyasu.
Mitsunari aveva insediato il campo al fianco del monte Sasao, mentre i suoi alleati Kobayakawa e Mori si erano schierati rispettivamente lungo il monte Matsuo ed il monte Nangu. Ieyasu aveva disposto i suoi uomini lungo la via di Nakasen, fronteggiando Mitsunari solo con l'avanguardia: sperava nell'arrivo del numeroso esercito guidato dal figlio Hidetada che tuttavia giunse solo a battaglia finita. Ieyasu aveva lasciato scoperto il fianco della sua armata in corrispondenza del monte Matsuo, da cui sarebbe stato facile attaccarlo e sbaragliarlo.
Nonostante le cariche guidate dagli alleati di Ieyasu, Masanori Fukushima e Ii Naomasa, le forze di Ishida tennero campo fino a mezzogiorno, favoriti dalla foschia dovuta alla pioggia dei giorni precedenti. Konishi Yukinaga, Otani Yoshitsugu e Ukita Hideie diedero filo da torcere agli avversari, e la coalizione di Ishida pensò che la battaglia fosse ormai vinta.
A mezzogiorno, Ishida diede simultaneamente l'ordine di attaccare sia a Kobayakawa che alle truppe dei Mori, accampate poco più in basso, ma i due comandanti lo tradirono. Kobayakawa aveva segretamente trattato con Ieyasu e rimase neutrale, indeciso sul da farsi, fino a che Ieyasu stesso ordinò di far fuoco sulle sue truppe per obbligarlo a scegliere. Di fronte a questo attacco, Kobayakawa si schierò contro l'alleato Ishida ed i suoi uomini diressero il tiro sui soldati di Otani. I Mori avevano invece previsto la vittoria di Ieyasu, temevano le ritorsioni del dopo battaglia e si astennero dal combattimento. L'inattività dei Mori impedì ai rinforzi di Chosokabe di giungere in tempo sul campo di battaglia. Questa decisione fu decisiva per l'esito della battaglia e sconvolse Ishida Mitsunari.
Dopo una strenua resistenza e dopo aver perso migliaia di uomini, le forze di Ishida furono costrette alla fuga.
Tra le file dello schieramento perdente di Mitsunari era presente anche Musashi Miyamoto, all'epoca sedicenne, che riuscì a mettersi in salvo ed in seguito sarebbe diventato famoso come uno dei più grandi samurai della storia.


Perdite

Armata dei Toyotomi

  • Ishida Mitsunari: riuscì a scappare da Sekigahara, ma fu catturato una settimana più tardi e decapitato a Kyōto da Tokugawa
  • Konishi Yukinaga: consegnato dai contadini del villaggio in cui si era nascosto, fece la stessa fine di Ishida
  • Shima Sakon: morì per proteggere la ritirata del suo signore, Ishida Mitsunari
  • Shimazu Toshihisa: morì per salvare lo zio daimyo di Satsuma, Shimazu Yoshihiro
  • Otani Yoshitsugu: fece seppuku quando le sue truppe furono attaccate da quelle di Kobayakawa


Armata di Tokugawa

  • Ii Naomasa: morì due anni dopo per un'infezione della ferita al braccio sinistro subita in battaglia

Letteratura

Vi sono numerosi romanzi la cui trama ruota attorno alla battaglia di Sekigahara.
  • Shōgun di James Clavell.
  • Musashi di Eiji Yoshikawa.
  • Nube di Passeri di Matsuoka Takashi.
  • Trilogia: Agguato all'incrocio-Vendetta al Palazzo di Giada-A morte lo Shogun di Dale Furutani.



Altri media

La battaglia è inclusa tra quelle inserite nei videogiochi strategici per PC Age of Empires III: The Asian Dynasties, Total War: Shogun 2 ed in Kessen (Play Station 2); il videogame per PlayStation 2 Shogun's Blade è inoltre totalmente basato su questa battaglia. Figura anche nella serie di manga e anime Samurai Deeper Kyo, nel manga Vagabond ed in Keiji il magnifico.






mercoledì 22 marzo 2017

Periodo Meiji

Promulgazione della Costituzione Meiji, xilografia in stile ukiyo-e di Yōshū Chikanobu, 1889



Il Periodo Meiji (明治時代 Meiji jidai, "periodo del regno illuminato") è un momento storico del Giappone che comprende i 44 anni di regno dell'Imperatore Mutsuhito. Questo periodo va dal 23 ottobre 1868 al 30 luglio 1912.
Quando decadde l'ultimo shōgunato di Tokugawa Yoshinobu iniziò l'era dell'imperatore Meiji (primo imperatore dotato di potere politico). Egli iniziò a modificare la struttura politica, sociale ed economica del Giappone, basandosi sul modello occidentale. Nel 1912, dopo la morte dell'Imperatore Mutsuhito, divenne Imperatore Yoshihito che diede inizio al periodo Taishō.


Il contesto

Prima del periodo Meiji, il Giappone era vissuto per oltre due secoli e mezzo sotto lo shogunato dei Tokugawa, che si era costituito a seguito della battaglia di Sekigahara (1600) e che governò gran parte del territorio della zona centrale del Giappone, con capitale Edo (successivamente ribattezzata Tokyo). Il dominio dello shōgun si estendeva anche su Osaka centro principale della classe dei mercanti, e Kyoto, capitale imperiale, con residenza dell'imperatore scevro di poteri. Il territorio rimanente era governato dai signori feudali (daimyō), i quali esercitavano un alto livello di autonomia nei propri feudi (han).
I daimyō che si erano schierati sin dall'inizio con lo shogunato dei Tokugawa erano chiamati fudai daimyō ed erano in tutto 176, quelli che si sottomisero soltanto dopo la battaglia di Sekigahara erano chiamati tozama (tra i più importanti c'erano quelli di Satsuma, Chōshū, Tosa e Hizen) ed erano in tutto 86. Per rafforzare il loro potere sul paese, i Tokugawa idearono un congegno con due elementi risolutivi: il sistema istituzionale degli ostaggi, dove i daimyō erano costretti a lasciare le mogli e i figli a Edo, mentre essi dovevano frequentare la corte dello shōgun dirigendosi ad anni alterni nella capitale (sistema del sankin kōtai); e l'isolamento totale del Giappone dal mondo esterno.
Nel 1638 lo shōgunato attuò una politica di isolamento, che ridusse le attività commerciali straniere in Giappone, e impedì ai feudi ostili ai Tokugawa di armarsi in modo da non poter minacciare lo shōgunato ostacolando lo sviluppo della nascente borghesia. Con il sistema del sankin kōtai, lo shōgunato creò un meccanismo di controlli interni, che costringeva i daimyō all'obbedienza, e affermava il controllo dei Tokugawa sulle cariche politiche e la politica economica; inoltre il sankin kōtai obbligava l'aristocrazia a indebitarsi nei confronti della borghesia, spronando lo sviluppo di un'economia monetaria e rafforzando la borghesia come classe.
In Giappone lo shōgunato veniva chiamato anche Bakufu e quello Tokugawa fu istituito nel 1603 come sede di potere separata, nella quale l'imperatore e la sua corte erano privi di ogni potere effettivo. Lo shogunato si appoggiava su un efficiente sistema di controlli e di equilibri:
  • l'unione tra le famiglie daimyō doveva essere prima confermata dal Bakufu;
  • la costruzione di castelli o fossati poteva avvenire solo dopo il permesso dello shogunato, ed eventuali riparazioni potevano essere apportate con l'invio di relativi progetti a Edo;
  • l'imperatore era tenuto sotto stretta sorveglianza, e la sua attività era limitata dai regolamenti del Bakufu;
  • i daimyō erano obbligati a degli oneri finanziari per mantenere vuote le loro casse;
  • il commercio estero e gli stranieri vennero esclusi dal Giappone, tranne per una stazione a Deshima (Nagasaki) nella quale vennero concessi agli Olandesi e ai Cinesi diritti commerciali limitati.
L'efficiente sistema del Bakufu venne destabilizzato dai Kuge, una classe feudale dell'aristocrazia della corte imperiale, che durante il dominio Tokugawa viveva nella miseria e nell'impotenza. Per ribellarsi al sistema, i Kuge (tra cui Iwakura, Sanjo, Tokudaiji) si allearono con elementi anti-Bakufu, in particolare con il clan Chōshū, organizzando il primo movimento politico contro lo shōgunato (Kobu-Gattai).
L'indebolimento del Bakufu venne causato anche da frequenti calamità naturali, come terremoti, alluvioni e incendi, a cui seguirono anni di carestia che ridussero l'attività agricola e diedero luogo a rivolte contadine. L'incompetenza del Bakufu era palese, ma a incentivare maggiormente la sua decadenza furono le continue minacce di invasione dall'esterno, che esposero il territorio giapponese a una conquista straniera.


La struttura gerarchica

Gli shōgun Tokugawa, per svolgere soddisfacentemente il loro sistema di controllo, formalizzarono maggiormente i rapporti di classe esistenti nel paese. In cima alla struttura si trovavano l'imperatore (sovrano) e lo shōgun (governante) - gli shōgun sostenevano di governare per delega dell'imperatore, ma in realtà approfittavano dell'autorità spirituale dell'imperatore, che, in quel periodo, era privo di ogni potere-; mentre a un livello inferiore erano collocati i grandi signori (daimyō). Il restante della popolazione era organizzata nella struttura 士農工商 shi-nō-kō-shō che comprendeva quattro grandi classi:
  • i samurai (o uomini d'arme);
  • gli agricoltori (o contadini);
  • gli artigiani (o manifatturieri);
  • i mercanti;
Al di sotto della struttura shi-nō-kō-shō vi era la gente considerata ad un livello “subumano” come gli Hanin (ovvero i “non- essere umani”) e gli “eclusi”, situati più in basso degli Hanin.


I samurai

Oltre la categoria dei signori feudali (daimyō), l'aristocrazia comprendeva anche i samurai (o uomini d'arme) che erano sotto la sudditanza militare di un daimyō. I samurai per mantenersi ricevevano un compenso annuale in riso, donato dal signore in cambio del servigio ottenuto.
I signori feudali erano i possessori di grandi quantità terriere (particolarmente di risaie) dalle quali ricavavano un abbondante reddito e, inoltre, per amministrare il proprio han (feudo), il daimyō (signore feudale) agiva da una città fortificata dove abitava con i suoi samurai.
Il rapporto tra classe feudale e terra determinò una commercializzazione dell'economia, ma a questo potere economico i samurai non presero parte. In questa situazione, l'aristocrazia giapponese diventò un apparato burocratico, dove i samurai si posizionarono come classe dominante e come leader culturali della società, sfruttando il lavoro degli altri. Con i privilegi politici, giuridici ed economici ricevuti dallo shogunato dei Tokugawa, i samurai, dunque, si consideravano un gruppo sociale diverso dalle classi inferiori.


I contadini

Più di tre quarti della popolazione giapponese era formata da contadini con un livello di vita molto basso e un potere politico inesistente. L'attività agricola rappresentava il fondamento economico dei daimiati e dello shōgunato che utilizzava come prodotto agricolo fondamentale il riso, sottratto ai contadini sotto forma di rendita (affitto) o di imposte.
I contadini erano soggetti a varie tassazioni dalla politica agraria dei Tokugawa, in cui i politici avevano considerazione per l'agricoltura ma non per gli agricoltori. Per far fronte a queste imposizioni il contadino si rivolgeva all'usuraio offrendo la propria terra come garanzia, ma se non riusciva a soddisfare le condizioni poste dall'usuraio (contadino ricco di una vecchia famiglia che aveva accumulato molte terre), il contadino cedeva il possesso della terra e l'usuraio ne diventava legalmente il coltivatore.
Tra gli aggravi posti ai contadini troviamo quelli elencati dal consigliere Tokugawa, Matsudaira Sadanobu: «Vi sono innumerevoli altre tasse, come una tassa sui campi, una sulle porte, una sulle finestre, una tassa sui bambini di sesso femminile a seconda dell'età, sulla stoffa, sul saké, sugli alberi di nocciolo, sui fagioli, sulla canapa…se il contadino aggiungeva una stanza alla sua capanna anche per questo veniva tassato. Nominalmente la tassa è un koku di riso e un katori di seta, ma di fatto con la corruzione e l'estorsione essa aumenta di tre volte. Durante il periodo del raccolto, degli ufficiali compiono giri di ispezione e alloggiano tra gli abitanti del posto. Se l'ospitalità è povera essi aumentano le esazioni o impongono del lavoro coatto alla famiglia. Le tasse vengono raccolte con alcuni anni di anticipo e le altre di esazione e di tirannia non si contano». A causa delle tassazioni e di uno stile di vita misero, i contadini si opposero alle esazioni fiscali con una resistenza passiva, che comportò la fuga verso le città, e una resistenza attiva, che avviò l'inizio delle rivolte minacciando le forze del regime feudale.


Gli artigiani

La classe artigiana, nonostante la posizione bassa nella scala sociale, svolgeva uno stile di vita produttivo ed efficiente. Gli artigiani non possedevano alcun potere politico, ma le loro attività erano essenziali per lo sviluppo del commercio interno.


I mercanti

I chōnin (borghesi o classe mercantile), collocati per ultimi nella gerarchia sociale, erano considerati una classe improduttiva, che avrebbe utilizzato qualunque mezzo per fare denaro. Oltre alle limitazione imposte dalle autorità (abbigliamento, uso di calzature), i chōnin non potevano né utilizzare un nome simile a un nome di daimyō, né vivere nel distretto dei samurai.
Con l'aumento dell'economia monetaria nella società feudale, l'attività produttiva dell'agricoltura e delle manifatture accrescevano notevolmente, esortando lo sviluppo di città commerciali nelle quali il mezzo circolante era la moneta. Il centro di ricchezza dei chōnin era la città di Osaka basata sul sistema sankin kōtai: i daimyō convertivano in denaro i loro redditi in riso per saldare i debiti del sankin.
Alla fine del periodo Tokugawa i chōnin esercitavano le funzioni di una banca centrale, gestendo la commercializzazione economica; essi diventarono dei “quasi-samurai”, guadagnando redditi pari a quelli dei daimyō di grado inferiore.


L'incursione occidentale

Durante lo shogunato Tokugawa il Giappone viveva in una politica di isolamento (sakoku), con unico contatto occidentale una colonia commerciale olandese, situata nell'isola di Deshima (Nagasaki).
A infrangere l'isolamento del Giappone furono tre grandi paesi occidentali: la Russia, l'Inghilterra e gli Stati Uniti. All'inizio del Settecento, la Russia aveva avuto precedenti scontri con il Giappone nell'isola di Sachalin e nelle Curili, ma lo shogunato era sempre riuscito a mantenere la propria autorità e indipendenza. L'Inghilterra aveva mostrato scarsa attenzione verso il Giappone, poiché interessata al possedimento coloniale indiano e al desiderio di fare della Cina un mercato per l'oppio indiano. Questa ambizione provocò la Guerra dell’oppio del 1840-1842, con risultato l'indebolimento del governo cinese e il primo possedimento coloniale inglese in Cina (Hong Kong). L'esito di questa guerra cambiò l'equilibrio dei poteri in Asia.
Quando gli Stati Uniti lanciarono il loro attacco nel 1853 con le navi nere al comando del commodoro Matthew Perry, lo shogunato cedette e nel 1854 firmò la convenzione di Kanagawa con cui si aprirono diversi porti al commercio e i giapponesi si impegnarono a sostenere e proteggere i marinai americani. Nel 1853, un mese dopo Perry, era arrivata la delegazione russa capitanata dal contrammiraglio Evfimij Vasil'evič Putjatin, e nonostante questa perse molte delle proprie navi nello tsunami del 1854, nel 1855 la Russia e il Giappone firmarono il trattato di Shimoda, con cui il Giappone concedeva molti degli stessi diritti ai russi e cedeva parte dell'isola di Sachalin. La Russia, dunque, rappresentava per il Giappone più una minaccia territoriale e militare che una minaccia economica e commerciale.
Ponendo fine alla politica di isolamento, nel 1858 il Giappone firmò dei trattati ineguali, inizialmente con gli Stati Uniti (29 luglio), poi con l'Olanda (18 agosto), la Russia (19 agosto), l'Inghilterra (26 agosto) e la Francia (9 ottobre), che consentirono “l'apertura dei porti” e lo sviluppo del commercio straniero. La cessione al ricatto militare fu però percepita come un'onta e una sconfitta da gran parte della casta samurai, provocando un periodo di instabilità politica noto come bakumatsu, che porterà alla guerra Boshin ed al crollo dello shogunato stesso (Rinnovamento Meiji).






La Restaurazione 1853-68

Tokugawa Yoshinobu, l'ultimo shōgun prima della Restaurazione Meiji, 1867.






Nel periodo 1853-1868 lo shōgunato Tokugawa iniziò a perdere il controllo sul proprio sistema a causa delle continue minacce dalle forze anti- Tokugawa. In alcuni han (feudo) alcuni samurai rimasero devoti al Bakufu; altri, come i samurai di rango inferiore e i [rōnin] (samurai senza padrone), in particolare i grandi clan occidentali di Satsuma, Chōshū, Tosa e Hizen, si ribellarono al governo centrale. Tra questi samurai, alcuni erano interessati al proprio inserimento nel campo militare e nella politica antifeudale; altri erano interessati a ristabilizzarsi economicamente.
In questo periodo, inoltre, il potere dell'imperatore assunse una forza politica autonoma, diversa dalla persona dello shōgunato. La protesta al governo centrale (shōgunato) palesava l'intenzione di voler cambiare la tradizionale autocrazia dello shōgun in un sistema di potere policentrico, riducendo maggiormente il potere del governo centrale. Tra i grandi clan occidentali, quello di Chōshū contribuì maggiormente al rovesciamento dello shōgunato Tokugawa. Il clan era scisso in due movimenti, il partito, conservatore, della visione volgare (Zokuronto), e il partito, radicale, della visione illuminata (Kaimeito). Dal 1864 al 1866 Chōshū minacciò militarmente il potere centrale, ma dovette allearsi con il clan di Satsuma (inizialmente suo acerrimo nemico) per poter sconfiggere gli eserciti di Tokugawa e riscontrare una grande vittoria contro lo shogunato.
Nell'agosto del 1866 lo shōgun morì, e come suo successore fu nominato Tokugawa Yoshinobu, che assunse la carica il 10 gennaio del 1867. Lo shōgunato di Yoshinobu durò pochi mesi, e nel novembre del 1867 egli presentò le sue dimissioni, cedendo i suoi poteri alla corte, che intimò i feudi di Chōshū e Satsuma di attaccare il Bakufu.
Nel gennaio 1868, con un colpo di Stato, gli han sostituirono le truppe dei Tokugawa a Kyoto, e il 3 gennaio fu comunicata la Restaurazione Meiji che restituì il potere all'imperatore dopo secoli di dominio degli shōgun. La necessità di una restaurazione fu un moto “negativo” utile ad eliminare un regime politico diventato ormai inefficiente, e il desiderio di affidare il potere governativo ai samurai di rango inferiore. Tra questi samurai erano inclusi Kido Takayshi, Okubo Toshimichi, Saigo Takamori, Omura Masujiro, Ito Hirobumi, Inouye Kaouru, mentre i leader dei clan, come Shimazu Hisamitsu di Satsuma, Mori Motonari di Choshu, Yamanouchi di Tosa, progressivamente uscirono dalla scena.



Il Nuovo Stato Meiji

Dalla caduta del Bakufu (1867-68) alla promulgazione della costituzione (1889) e alla convocazione della prima Dieta (1890), vennero impiegati vent'anni per la costruzione del nuovo stato Meiji; ma nel nuovo governo non venne abbandonato completamente il vecchio sistema statale, nonostante l'allontanamento della famiglia Tokugawa e la caduta dello shogunato precedente.
Il primo incarico esercitato dal nuovo governo Meiji fu quello di bloccare il potere dei signori feudali e dare qualche privilegio alla classe dei samurai rimasta insoddisfatta dal regime precedente. In seguito a numerosi contrasti, nel luglio 1869, i daimyō furono nominati dal nuovo stato come governatori dei loro feudi. Nel 1871 i feudi vennero soppressi, e questo permise di completare la centralizzazione “formale” del potere e rinforzare l'istituto imperiale; non tutti i signori feudali approvarono di rinunciare ai loro feudi, ma per mantenere l'ordine all'interno del regime (intorno al 1875 si manifestarono numerose ribellioni), il governo centrale persuase i daimyō con promesse di forti ricompense.
Oltre al compromesso con i daimyō, il governo si accordò anche con la classe dei samurai, e il 29 agosto 1871 approvò una legge che consentiva loro di svolgere qualsiasi occupazione nel campo degli affari e nella pubblica amministrazione (tra le varie occupazioni, una quantità di samurai si concentrò nell'organo istituzionale della polizia; un'altra quantità fu arruolata nell'esercito imperiale). Con l'abrogazione dei feudi la sudditanza dei daimyō sui samurai terminò; il mantenimento della classe dei samurai fu assunto dal governo centrale, che versava loro remunerazioni.
Fra il novembre 1874 e l'agosto 1876 il governo convertì le remunerazione dei samurai in titoli pubblici, e concesse loro prestiti che permisero la costruzione di circa duecento imprese individuali. Questa procedura rafforzò l'alleanza politica fra aristocrazia e borghesia nel contesto economico.



Il ruolo dell'Esercito

Dal 1871 al 1873 i leader del nuovo regime si recarono all'estero per studiare le istituzioni degli altri paesi ed eventualmente applicarle sul sistema governativo giapponese. Durante questi anni il governo centrale acclamò la legge sulla coscrizione obbligatoria, che fece sorgere disordini e ribellioni contadine, rischiando la prima vera rivoluzione del primo periodo Meiji. Al loro ritorno in patria, tra i membri del nuovo regime iniziarono discordie riguardanti progetti politici, come l'invasione della limitrofa Corea. Il maggiore sostenitore di questo progetto fu Saigo Takamori del feudo di Satsuma, che, oltre ad affermare pienamente questa idea, intendeva costruire un esercito nazionale di samurai come mezzo difensivo del paese.
Gli altri leader del nuovo regime, in particolare Okubo Toshimichi, criticarono duramente le proposte di Saigo sostenendo che una eventuale invasione del Giappone sulla Corea avrebbe comportato uno squilibrio nel rapporto con i paesi occidentali. In seguito all'annullamento del progetto, Saigo si dimise dal governo lasciando il controllo delle forze armate a Yamagata Aritomo del clan di Choshu. Nel 1877 Saigo Takamori organizzò una rivolta feudale (la rivolta di Satsuma) contro il governo centrale, ma l'esercito di Saigo, composto principalmente di samurai, fu annientato dall'esercito imperiale capitanato da Yamagata Aritomo.
Nel 1878 l'esercito imperiale organizzò una insurrezione come protesta per il mancato pagamento del soldo e di un compenso speciale assicurato alle guardie per i compiti svolti durante la rivolta di Satsuma. Per far fronte a questa insurrezione, Yamagata impose l' “Ammonizione ai soldati”, ovvero una disposizione che prevedeva l'obbedienza assoluta allo stato e all'imperatore. Nel 1878-79 Yamagata, con l'aiuto del suo collaboratore Katsura Taro del clan di Chōshū, inserì un nuovo organismo (comando supremo) nello Stato Maggiore, che fu adoperato come suggeritore dell'imperatore per le questioni militari. I movimenti compiuti da Yamagata Aritomo, principalmente di stile “feudale”, perdurarono fino alla metà del ventesimo secolo.


Il nuovo prospetto istituzionale

Il prospetto istituzionale del nuovo stato fu creato unendo le pubbliche proclamazioni con una serie di istituti costituzionali pseudodemocratici, e al suo interno l'immagine dell'imperatore diveniva sempre più significativa; la coalizione pubblicò un documento liberale, con il nome “Giuramento della Carta”, a favore dell'imperatore Meiji.
Con il “Giuramento della Carta”, nel giugno 1868 fu proclamata la prima costituzione, che enunciava i pieni poteri del governo centrale, ma fu ancora un sistema oligarchico a prendere le decisioni politiche del paese. Dalla proclamazione della prima costituzione, il regime governò in modo irresponsabile e autoritario con nessuna opposizione da parte della classe dominante. Ma nel 1881 da una disputa tra il gruppo di Okuma Shingenobu e quello di Ito Hirobumi, scoppiò una grande crisi.
Con una richiesta all'imperatore, Okuma (membro del governo) invocò il desiderio di trasformare il governo in forma parlamentare, ma questo minacciava seriamente la posizione dominante di Ito e del suo gruppo all'interno del governo. Per mantenere la sua posizione all'interno del governo e ottenere le dimissioni di Okuma, Ito dovette sottostare alla richiesta del gruppo di Okuma: convocare un Dieta per il 1890.


L'istituzione imperiale

Nel corso del regime Tokugawa l'imperatore non esercitava nessun potere poiché era sotto l'autorità dello shogunato, ma, con l'indebolimento del Bakufu nella metà del 1800, l'imperatore nel 1846 e nel 1858 adempì a due interventi politici diretti, che liberarono lo shogunato da ogni potere.
Per usufruire delle “credenziali imperiali” e ottenere il sostegno popolare, il nuovo regime e i nuovi governanti proposero lo shintoismo come religione di Stato, eliminando qualsiasi legame che questo aveva con le altre religioni (buddhismo, confucianesimo). Questa proposta non riuscì sia perché le altre religioni erano più forti dello shintoismo, sia perché queste erano legate tra loro nella coscienza popolare; nel 1873 il governo sospese qualsiasi appoggio economico ai templi e rinunciò al proselitismo dello shintoismo imperiale.
Successivamente l'istituzione imperiale si concentrò su altri obiettivi, come la trasformazione del sistema educativo apportata nella riforma del 1872. La necessità di nuovi metodi di insegnamento nel sistema educativo fu evidente poiché «il tradizionale insegnamento etico confuciano fu svalutato come meschino e inutile, ma qualsiasi insegnamento morale scomparve virtualmente dai programmi di studio, e i libri di testo prescritti per i corsi di morale diventarono una ridicola silloge di brani tradotti da oscure opere straniere di etica e di diritto». Tra i brani tradotti, quello preso maggiormente in considerazione fu la traduzione di un testo scolastico francese di ispirazione cattolica.
La riforma scolastica del 1872 simboleggiò un momento di liberazione dalla realtà giapponese, ma l'evidente ascendenza dall'idee straniere era palese per i tradizionalisti, che accusarono, in particolare, il primo ministro della pubblica istruzione Tanaka Fujimaro. Nonostante le accuse, la riforma continuò ad essere uno strumento fondamentale per lo sviluppo del nuovo stato, in particolare per l'istituzione imperiale.









La politica agraria

Durante il periodo Tokugawa l'organizzazione politica giapponese era di tipo feudale, con un sistema mercantile caratterizzato da un tasso di commercializzazione elevato. Nel periodo Meiji, invece, lo Stato, per garantirsi entrate, ideò un sistema di rilevazione catastale del territorio in modo che la produzione agricola rappresentasse il fondamento per l'accumulazione del capitale.
Nel 1870 il nuovo governo riordinò il sistema di tassazione e la proprietà terriera: da una parte era necessario trovare una intesa tra il governo e l'aristocrazia, che era contraria all'espropriazione terriera; dall'altra, era necessario che l'agricoltura diventasse il fondamento di tutto il sistema economico.
Tre anni più tardi, per evitare un calo di reddito a causa di un raccolto inefficiente, il governo pubblicò una nuova legge sulla tassa fondiaria, che «modificò il sistema di imposizione, trasformando il tributo da un'imposta sul raccolto, calcolata come percentuale sulla quantità di riso prodotto, o sul suo equivalente in denaro, in un'imposta sul valore della terra, calcolata come percentuale di questo stesso valore».
Nello stesso anno fu introdotta una nuova imposta fondiaria, basata su dei certificati di proprietà assegnati dal governo, che consentì il passaggio dal sistema feudale al sistema della proprietà privata della terra; ma, con la nuova imposta, le proprietà terriere diventarono private (le attività, come il pascolo e il legnatico, furono rimosse), le proprietà dei daimyō e dell'imperatore aumentarono notevolmente e i diritti feudali non furono abrogati del tutto.
Dal 1880 in poi, l'aumento della proprietà imperiale fu mantenuto dalla politica deflattiva: il ministro delle finanze, Matsukata Masayoshi, impose tasse gravose sui piccoli proprietari (contadini), e i grandi proprietari terrieri richiesero rendite elevate ai loro affittuari; non riuscendo a sostenere l'imminente carico fiscale, circa 368000 contadini persero la loro terra.


La politica industriale

Durante il periodo Meiji il nuovo regime dichiarò di voler rafforzare, modificare ed espandere l'economia nazionale, per preservare il territorio ed evitare assalti dalle potenze straniere. Il sistema di protezione crollò nel 1850 con i trattati internazionali, che permisero al Giappone di sviluppare i contatti con le terre straniere.
La prima mansione compiuta dallo Stato, per l'espansione dell'economia, fu la vendita dell'oro all'estero, accumulato in tutto il paese sotto il regime Tokugawa. Da qui in poi le importazioni aumentarono rapidamente nel sistema di commercio:
  • nel 1863 rappresentarono il 34 per cento;
  • nel 1867 salirono al 61 per cento;
  • nel 1870 aumentarono fino al 71 per cento;
Nel 1870, dunque, l'importo delle esportazioni era di circa 14 milioni di yen, mentre quello dell'importazioni arrivava a 34 milioni di yen. Con il periodo Meiji si diffusero i primi elementi caratteristici del capitalismo, ad esempio la partecipazione dello stato nella formazione, nell'investimento e nell'accumulazione del capitale; il dominio dello stato sull'attività bancaria; l'intervento e la guida dello stato nel commercio estero; le ordinanze contro il capitale estero; i risparmi pubblici; le basse uscite per i beni di consumo; l'assenza di servizi sociali.


L'espansione del capitale

Per espandere il capitale all'interno del paese, il nuovo governo Meiji utilizzò tre fattori essenziali: le imposte, la produzione del credito e lo sfruttamento del proletariato; tra le imposte, quella fondiaria continuava a finanziare il reddito governativo.
Con la politica deflazionistica di Matsukata Masayoshi, le tassazioni sulle rendite capitalistiche e sulla proprietà procurarono appena il 15 per cento dell'incasso tributario nazionale globale; ciò comportò un crollo dei prezzi, la distruzione di piccole e medie industrie e il reinvestimento di profitti degli imprenditori.
Nel primo periodo Meiji la produzione del credito dipendeva da entrate “straordinarie” e da prestiti stranieri concessi allo Stato e non ai privati. Per mantenere il pieno dominio su questi prestiti e su queste entrate, il ministro delle finanze Matsukata istituì la prima banca centrale del Giappone nel 1882. In seguito, il nuovo governo adottò un sistema di isolamento, limitando gli investimenti stranieri in beni di prima necessità e restituendo i prestiti esteri ricevuti. Dall'organizzazione all'accrescimento del capitale, una classe sociale particolarmente disagiata fu quella proletaria. I lavoratori erano sottomessi, politicamente e giuridicamente, alla classe dominante tramite numerosi mezzi, come salari sommessi, misere condizioni di lavoro nelle miniere, nelle fabbriche e nei dormitori, violenze nell'assunzione e nel mantenimento della manodopera.



lunedì 20 marzo 2017

Wuqinxi

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Il Gioco dei Cinque tra animali ed uccelli (五禽戲, 五禽戏, wǔqínxì, wu chin hsi) è un antico esercizio cinese per la salute creato dal medico Hua Tuo.


Il Nome

In origine era chiamato Wuqin Zhi Xi (五禽之戲, 五禽之戏, wǔqínzhīxì, wu chin chi hsi), poi abbreviato nella forma attuale, che ha lo stesso significato. Si utilizzano anche altri nomi: allenarsi nei 5 tra animali ed uccelli (五禽操, 五禽操, wǔqíncāo, wu chin c'ao); Qigong nei 5 tra animali ed uccelli (五禽氣功, 五禽气功, wǔqínqìgōng, wu chin chi kung ); Gioco del sudore dei cento passi (百步汗戲, 百步汗戏, bǎibùhànxì, pai pu han hsi); ecc.


Documenti Storici

I più antichi documenti che fanno riferimento al “Wuqinxi” sono l'Hou Hanshu (后汉书, libro degli Han Posteriori) ed il Sanguo Zhi (三国志, memorie dei Tre Regni).
«Il corpo umano ha bisogno di lavorare ma non si deve spossarlo. Se lo si scuote, il soffio dei cereali si dissolve, il sangue circola bene, le cento malattie non compaiono; come lo stipite di una porta che non cederà mai. Nel Daoyin l'orso si blocca ed il gufo si guarda attorno, si allunga e flette l'anca; si mobilita ogni articolazione per far regredire l'invecchiamento.Io ho una tecnica che si chiama Gioco dei Cinque Animali; il primo si chiama la Tigre, il secondo il Cervo, il terzo l'Orso, il quarto la Scimmia ed il quinto l' Uccello; esso serve a combattere le malattie ed è benefico per gli arti inferiori. Se il corpo non va bene, eseguite il gioco di un animale fino a sudare, vestitevi bene, il corpo diverrà leggero e voi riscoprirete l'appetito.»
(libro degli Han Posteriori)



Origini

Per molti la creazione di questa serie di esercizi è da attribuire a Hua Tuo. Yang Jwing-Ming invece afferma che il Wuqinxi fu creato dal Taoista Jun Qian (君倩) ed in seguito utilizzato da Hua Tuo. Zhang Songjiang e Shi Shaorong riferiscono che Hua Tuo si rifece per creare i Wuqinxi ad un insieme di esercizi tramandati da Jun Qiana: il Daoyin, il Tuna (吐纳) ed il Xiongjing Niaoshen (熊经鸟伸).

I Cinque Animali e Uccelli

I Wuqin sono:
  • tigre (, , hǔ, hu),
  • orso (, , xióng, hsiung),
  • cervo o daino (鹿, 鹿, lù, lu),
  • scimmia antropomorfa (, , yuán, yuan),
  • uccello (, , niǎo, niao).

Ad ognuno di essi è dedicata una parte del “Gioco”.


sabato 18 marzo 2017

Wude

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Wude (武德, morale marziale o militare) è un termine molto utilizzato nelle arti marziali cinesi che indica l'insieme di regole etiche a cui dovrebbe sottostare il praticante di Wushu. Infatti in Cina sin dalla dinastia Zhou i valori militari (Wu, ) sono stati subordinati ai valori civili (Wen, ). Lo Zuo Zhuan (左传, tradizione di Zuo), scritto nel periodo delle primavere e degli autunni, nel “capitolo” Xuan Gong Shier Nian (宣公十二年) elenca 7 virtù che ha la marzialità (Wu you qi de武有七德): 1)Jin bao (禁暴, trattenersi dalla violenza); 2)Jibing (戢兵, cessare le ostilità); 3)Bao da (保大, proteggere la grandezza); 4)Ding gong (定功, successo stabile o tranqullo); 5)Anmin (安民, tranquillizzare o salvare il popolo); 6)He zhong (和众, numerose amicizie); 7)Feng cai (丰财, ricchezza abbondante).


Influenza Confuciana

Fino ai giorni nostri, lo studio dell'arte del combattimento è stato soggetto all'osservanza delle 5 virtù fondamentali (Wuchang, 五常) preconizzate dal Confucianesimo: Ren (, benevolenza, umanità, bontà), Yi (, giustizia, rettitudine, equità), Li (, ordine, regole di condotta, ideale), Zhi (, saggezza, intelligenza, ingegno), Xin (, verità, tener fede alla parola data, sincerità, coerenza). Queste virtù regolano sia i rapporti all'interno della scuola di pugilato che il comportamento del praticante in seno alla società e costituiscono una caratteristica per poter proseguire il proprio cammino nelle arti marziali tradizionali. Al proposito esistono alcuni detti.


Proverbi

“Chi vuole studiare l'arte deve innanzitutto rispettare l'etichetta (la ritualità, i riti), colui che vuole apprendere le tecniche marziali deve prima di tutto acquisire la virtù” (Weicheng xueyi xian xue li, weicheng xi wu xian xi de 未曾学艺先学礼,未曾习拳先习德); “Se il cuore è retto il pugilato sarà corretto, se il cuore è deviato, il pugilato sarà parziale” (Xin zhengze quan zheng, xin wai ze quan pian 心正则拳正,心歪则拳偏); “Il Gongfu è limitato, il benevolo non ha nemici” (Gongfu youxian, renzhewudi 功夫有限,仁者无敌); “Per allenare la marzialità prima si deve allenare la morale, per insegnare all'uomo prima si deve insegnare al cuore” (Lian wu xian lian de, jiao ren xian jiao xin 练武先练德,教人先教心). Quindi un praticante potrebbe essere pieno di talento e lavorare impegnandosi duramente (gongfu 功夫) ma se non dimostra di essere moralmente degno, non riceverà un'istruzione completa dal suo Maestro. Generalmente un Maestro esamina per anni la morale di un possibile allievo prima di insegnargli ogni conoscenza in suo possesso.


Il Wude nei vari stili

Varie scuole di Wushu nella storia Cinese hanno elaborato il loro dettagliato codice di etica marziale.
  • La scuola Shaolin (Shaolinpai), per esempio, ha stabilito i 10 comandamenti (少林十戒约 Shaolin shijie yue) per i suoi seguaci.
Shi Yanlong, un Venerabile Maestro dei giorni nostri, in un suo articolo dal titolo "Shaolin Wude" prende in considerazione due aspetti della morale marziale dello Shaolinquan: i doveri della mente (填情德, Tianqingde) e i doveri delle azioni (填情勋, Tianqinxun); riguardo ai primi egli elenca Rispetto (,Song), Umiltà (谦卑, Qianbei), Rettitudine (, Yi), Fiducia (, Fu), Lealtà (, Zhong), e riguardo ai secondi Volontà (, Yao), Pazienza (耐力, Naili), Perseveranza (恒性, Hengxing), Pazienza (耐心, Naixin), Coraggio (, Yong).
  • La scuola Wudang (Wudangpai) ha tramandato “5 note” (五不传, Wu bu chuan, 5 non tramandare) nel reclutamento di nuovi discepoli e nell'insegnamento delle arti marziali: le arti marziali non devono essere insegnate a persone con cattive qualità, a persone con mente diabolica, a persone bellicose, agli ubriaconi, a coloro che mettono in mostra le loro arti marziali.
  • Il maestro di Meihuaquan, Yang Bing, nel suo libro Xiwuxu, prescrive 5 proibizioni (Wujie, 五戒) e 5 obblighi (Wuyao, 五要). I Wujie di Yang Bing, pur avendo un nome Buddista, sono molto simili alle "5 note" Wudang.
  • Nel Bajiquan il Wude è ispirato dall'Islamismo e dal Confucianesimo.


Alcuni punti dell'etica marziale

  • Rispetto della vita umana: il praticante di arti marziali cinesi deve rispettare la vita umana, perché il Wushu trae origine proprio dall'esigenza di proteggere la vita umana.
  • Enfasi sui principi morali: i principi morali forniscono le basi per il mantenimento di relazioni stabili tra gli uomini, e quindi tra l'uomo ed il contesto sociale. Chi vuole apprendere il Wushu deve rispettare questi principi.
  • Enfasi sulla condotta morale e sul galateo: mentre si apprendono le abilità marziali, si devono anche coltivare le qualità morali; il senso di giustizia, la diligenza, la persistenza, l'onestà e l'impegno a lavorare duramente.
  • Rispetto per l'insegnante e cura reciproca: bisogna impegnarsi duramente in tutto ciò che il Maestro insegna; sia il maestro che l'allievo devono prendersi cura reciprocamente e fare tesoro della relazione che si instaura tra di loro.
  • Modestia e ardore: colui che studia le arti marziali dovrà cercare di migliorare la propria abilità e rifiutare di diventare arrogante e fare mostra della propria bravura per sminuire gli altri. Si deve imparare gli uni dagli altri per migliorare ed essere uniti e collaborare insieme.
  • Libertà dai rancori personali e dall'invidia: nell'apprendimento del wushu, si punta all'auto-difesa e a migliorare le proprie condizioni fisiche. Non si dovrebbe mai contendere con qualcuno seguendo i propri rancori o per intimidire il più debole. Non si devono utilizzare le capacità marziali per essere prepotenti o per reagire alle provocazioni.
  • Persistenza e perseveranza: la pratica delle arti marziali è un duro compito che richiede tempo e sforzi notevoli. Costanza e persistenza sono necessarie. Bisogna studiare e provare a comprendere pienamente i significati intrinseci e essenziali di ogni sequenza. La vera essenza e del Wushu può essere appresa solo attraverso la resistenza e l'agire i movimenti corporei.